Ipotesi serial killer del lago di Como, cosa possono dirci oggi i reperti
Il caso delle dodici donne uccise e smembrate nei boschi tra Como e Lecco. Il protocollo scientifico ad hoc per "cold case" come questo
Quando si parla di cadaveri smembrati, la mente evoca scenari macabri: l’epilogo cruento di un delitto sanguinario, qualcosa che supera l’immaginazione più cupa. Pur trattandosi di un evento estremamente raro nella casistica omicidiaria, il fenomeno dello smembramento rappresenta un peculiare ambito di studio per la criminologia, il cui obiettivo è quello di analizzare dinamiche criminali complesse a supporto dell’attività investigativa, anche per la risoluzione dei cosiddetti “delitti a pista fredda”.
Un caso paradigmatico è quello delle dodici donne uccise e smembrate nei boschi tra Como e Lecco (qui l’articolo de Il Tempo), che continua a sollevare interrogativi e su cui si stanno concentrando nuove analisi criminologiche. Ad occuparsene è il criminologo Franco Posa, direttore scientifico di NeuroIntelligence. L’esperto, insieme al suo team di ricercatori, ha sviluppato un protocollo finalizzato all’analisi di cold case in ottica multidisciplinare specialistica. Un modello multidisciplinare che integra competenze di patologia e neuroscienze forensi, concentrandosi sullo studio dei cadaveri e sulle modalità di esecuzione dei delitti.
Il report
Lo studio elaborato dal team guidato dal dottor Franco Posa, confluito in un documento scientifico dedicato all’analisi fenomeno di smembramento (A Novel Protocol of Forensic Investigation on Body Dismemberment, il titolo), prende in esame 30 casi documentati a livello internazionale, di cui 22 avvenuti in Italia tra il 1923 e il 2022. La ricerca combina approcci tradizionali e innovativi che spaziano dalla medicina legale alla genetica forense, dalla psicologia al diritto, con l’obiettivo di individuare elementi utili alla comprensione del comportamento criminale.
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Nel report gli esperti distinguono lo smembramento in tre categorie, sulla base della motivazione dell’autore: difensivo, quando l’obiettivo è occultare il corpo o impedirne l’identificazione; offensivo, legato a impulsi sessuali o sadici; aggressivo o sadico, connesso a stati di intensa rabbia o a quadri psicopatologici gravi. Dall’osservazione della casistica italiana emerge che la maggior parte degli eventi rientra nella tipologia difensiva, mentre le altre due sono meno frequenti. L’età media delle vittime è di circa 43 anni: la donna più giovane aveva 18 anni quando è stata uccisa, la più anziana 94. Un ulteriore elemento ricorrente riguarda i luoghi di ritrovamento, prevalentemente aree montane e boschive del Nord Italia.
A partire da questo case study, il gruppo di ricerca ha messo a punto un protocollo multifattoriale articolato in diverse fasi operative: analisi della scena del crimine, documentazione fotografica forense, esame patologico, applicazione di tecniche avanzate di imaging post-mortem (Tomografia computerizzata e Risonanza magnetica), approfondimento delle evidenze genetiche (DNA) e immunoistochimiche (l’analisi di sezioni di tessuto), fino all’integrazione dell’autopsia psicologica (PASIC). Quest’ultima rappresenta, assieme al crime mapping (mappa territoriale del crimine), uno degli strumenti più innovativi nel panorama internazionale per l’analisi di casi omicidiari complessi, consentendo di ricostruire il profilo comportamentale dell’autore attraverso una lettura integrata degli elementi medico-legali e psicologici.
Cos’è il Pasic
A differenza dell’autopsia psicologica tradizionale, che si avvale di questionari standardizzati e a risposta chiusa, il PASIC (Psychological Autopsy Structured on Individual Case), propone un approccio aperto e individuale. Attraverso il PASIC, infatti, è possibile analizzare la vita, le esperienze, le motivazioni e i fattori di rischio sia delle vittime sia degli autori del reato. Nella fattispecie, questo metodo consente di ricostruire stati emotivi e schemi cognitivi delle persone coinvolte, offrendo indicazioni preziose per gli aspetti tecnici delle indagini, come la determinazione dell’intervallo post-mortem (il tempo intercorso tra il decesso e il ritrovamento del corpo) o la vitalità delle lesioni sul cadavere (se una ferita è stata inferta prima o dopo la morte).
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Ciò che rende il PASIC particolarmente innovativo è la capacità di raccontare una storia nella sua interezza: non si limita a raccogliere dati, ma analizza in modo retrospettivo la dinamica di un delitto, mediante le testimonianze delle persone entrate in relazione con le vittime o la scena del crimine. I risultati possono fornire importanti spunti investigativi per la profilazione di eventuali sospettati e la ricostruzione degli eventi. In questo modo, ogni dettaglio della storia individuale diventa uno strumento di conoscenza universale, adattabile a qualsiasi crimine complesso, incluso lo smembramento, costruendo un ponte tra criminologia e indagini giudiziarie.
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