Referendum, parla Bagnasco: "Non si politicizzi la Chiesa. Ognuno stia al proprio posto"
Nelle ultime settimane che ci separano dal Referendum confermativo sulla riforma della Giustizia alcuni esponenti dell’episcopato italiano sono entrati a gamba tesa nel dibattito pubblico, talvolta facendosi palesemente strumentalizzare, talaltra ben coscienti di prendere una posizione chiara e ben precisa sulla risposta al quesito. Il Tempo ha voluto chiedere un’opinione al Cardinale Angelo Bagnasco - Presidente della Conferenza Episcopale italiana dal 2007 al 2017 e del Consiglio delle Conferenze dei vescovi d’Europa dal 2016 al 2021 autorevolissimo esponente del Collegio Cardinalizio e tra le voci più ascoltate nel panorama ecclesiastico italiano e mondiale.
Eminenza, siamo alle solite: ogni volta che gli italiani sono chiamati ad esprimersi nelle urne, vuoi per libere elezioni, vuoi, come in questo caso, per un Referendum su temi strettamente connessi alla Giustizia, c’è chi cerca di politicizzare la Chiesa italiana. Che ne pensa?
«Cercare di strumentalizzare la Chiesa è sempre scorretto. Come ricorda il Concilio Vaticano II, essa ha la sua missione e i suoi ambiti. La salvezza riguarda tutto l’uomo e tutti gli uomini nel loro cammino verso la "meta". Le gioie, le speranze, i dolori dell'umanità risuonano nel suo cuore di madre e maestra. Cercare di piegarla, o peggio di ricattarla, sarebbe indegno. Ognuno deve stare al suo posto».
Alcuni vescovi italiani, tuttavia, hanno dimostrato con le loro parole e con la presenza a certe manifestazioni di prendere parte attivamente alle dinamiche politiche...
«Non conosco i motivi di alcune iniziative. Comunque, bisogna fare attenzione a non dare letture che possono andare oltre le vere intenzioni».
Il Vicepresidente della Cei, Monsignor Francesco Savino, parteciperà ad un evento organizzato da una corrente di magistrati dichiaratamente a sostegno del No al quesito referendario. Poi, però, ha detto di aver accettato quell’invito solo per parlare di come garantire la Costituzione. Un Vescovo non dovrebbe essere totalmente estraneo a certe dinamiche?
«La Costituzione è di tutto il popolo, e il garante per definizione è il Presidente della Repubblica, direttamente o tramite i suoi organismi istituzionali».
Quando Vostra Eminenza era Presidente della Cei, in anni comunque turbolenti per la politica italiana, la Chiesa rimaneva fuori da qualsiasi forma di partecipazione politica. Cosa è cambiato?
«Lo Stato ha come scopo il bene comune di cui la dimensione religiosa è componente essenziale. La Chiesa deve annunciare il Vangelo di Cristo che promuove l’uomo nella sua complessità e unità. La storia testimonia come la Chiesa opera per il bene di tutti. Le quarantamila parrocchie seminate anche nei borghi più sperduti, gli istituti religiosi, le aggregazioni laicali e i volontari sono un segno eloquente. L’anima dell'Italia e dell’Europa ha radice nel Vangelo. Perdere quest’anima sarebbe rendere il mondo più povero. Non esiste civiltà senza verità sull’uomo e la sua vita. Non c’è mercato o finanza che possano aiutare a camminare insieme. Cancellare il cielo sopra la testa, infatti, significa togliere la terra sotto i piedi, lo spirito si svuota e si apre ad ogni surrogato e dipendenza. La società diventa un insieme di individui anziché una comunità. Il dialogo chiede stima e fiducia reciproca. Chiede l'ascolto e qualcosa di vero e di costruttivo da dire. Altrimenti è parlare tra sordi, si diffonde il veleno dell'odio e nasce la disaffezione. Tutto diventa più difficile. I Pastori della Chiesa sanno che devono rispettare le responsabilità della politica, e hanno a cuore che la luce della verità e del bene non si spenga nelle coscienze. Per questo, quando sono in gioco valori morali indisponibili, che toccano l'essere universale dell'uomo, la loro voce deve essere chiara e lineare. Fa parte della nostra missione».
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