Quando la sirena del carcere scandiva il tempo dell'isola di Procida
Il recente cedimento di una parete dell’ex Caserma delle Guardie ha riportato l’attenzione su Palazzo d’Avalos, il complesso monumentale che domina Terra Murata e custodisce una delle vicende più significative della storia di Procida. Non solo un edificio rinascimentale, ma un luogo che per oltre un secolo ha ospitato il carcere dell’isola, segnandone profondamente la vita sociale.
Tra queste mura affacciate sul mare è stata scritta una parte importante della storia di Procida: una storia fatta di lavoro, relazioni quotidiane e suoni familiari che accompagnavano le giornate degli abitanti tanto quanto quelle dei detenuti.
All’esterno del complesso, nel piazzale che precede l’ingresso monumentale, ci aspetta Loredana Papandrea, presidente dell’Associazione Palazzo d’Avalos, da anni impegnata nel percorso di valorizzazione del sito. Nonostante la situazione delicata di questi giorni, la sua disponibilità all’incontro è immediata, segno di un impegno che prosegue anche nelle fasi più difficili. È proprio davanti all’ingresso del Palazzo che prende forma il racconto di un luogo rimasto a lungo in silenzio e oggi nuovamente al centro dell’interesse pubblico. Per alcuni minuti si intrattiene con noi anche la vicesindaca Titta Lubrano.
La conversazione si sposta così sul lavoro culturale portato avanti negli ultimi anni e sull’identità stessa dell’isola. Procida, emerge dal confronto, è profondamente diversa da altre realtà del Golfo come Capri e Ischia: non è un luogo che si esaurisce in una visita veloce, ma un’isola che chiede tempo, che invita a fermarsi e ad approfondire, svelando un poco alla volta la propria storia e identità.
Il suono della sirena
Nei racconti legati a Palazzo d’Avalos ritorna soprattutto il ricordo di come il carcere fosse presente nella vita quotidiana dell’isola. Non era percepito soltanto come luogo di detenzione, ma come una presenza costante, capace di scandirne i ritmi quotidiani.
A segnare le giornate era la sirena dell’istituto, che suonava quattro volte: al mattino per l’inizio delle lavorazioni, a mezzogiorno per la pausa, nel pomeriggio per la ripresa delle attività e infine per il rientro. Quel suono si diffondeva in tutta Procida diventando un riferimento anche per chi viveva fuori dalle mura.
«Mia nonna metteva l’orologio in sintonia con la sirena di mezzogiorno», racconta Loredana Papandrea. «Diceva che era più precisa del campanile». Un’abitudine condivisa da molti procidani, segno di quanto il carcere facesse parte della quotidianità dell’isola. Non era un rintocco solenne, ma una sirena simile a quella delle fabbriche, oggi impossibile da riprodurre, che ricordava come quel luogo fosse anche spazio di lavoro oltre che di detenzione.
Un luogo di pena, ma anche di lavoro, dove si svolgevano numerose attività: calzolai, falegnami, sarti, contadini, addetti alla tessitura del lino. I detenuti imparavano mestieri, producevano manufatti, rilegavano libri. Il carcere funzionava come una piccola comunità operosa, in cui la dimensione della pena conviveva con quella del lavoro.
Le testimonianze
A tramandare la memoria di quella realtà è stato anche il medico Giacomo Retaggio, per oltre venticinque anni in servizio nell’istituto fino alla chiusura del 1988. Nel corso della conversazione il suo nome ritorna più volte, quasi a segnare un filo continuo con quel passato: l’eco delle sue parole resta presente nei racconti, anche come forma di omaggio alla sua memoria. Le sue testimonianze restituiscono l’immagine di un carcere severo ma profondamente inserito nel contesto dell’isola, affacciato su uno dei panorami più suggestivi del Mediterraneo.
Negli anni conclusivi il direttore era Stefano Ricca, l’ultimo alla guida del carcere fino alla sua chiusura. Persona brillante e dalle vedute progressiste, seppe interpretare con equilibrio il rapporto tra la struttura penitenziaria e la comunità procidana, comprendendo la necessità di far convivere il carcere con la realtà dell’isola. La sua gestione diede centralità al lavoro come elemento organizzativo e umano della vita carceraria, mantenendo un rapporto costante con il territorio, nella consapevolezza che, a Procida, il carcere non potesse essere separato dall’isola ma dovesse convivere con essa.
Con la dismissione del 1988 si chiuse una lunga stagione della storia locale, seguita da decenni di abbandono.
Un patrimonio che continua a raccontare
Oggi Palazzo d’Avalos è al centro di un percorso di recupero e riscoperta. Visite guidate e iniziative culturali stanno progressivamente restituendo alla collettività un luogo che non è soltanto architettura, ma memoria viva. Più che un monumento, è una stratificazione di storie che aiuta a comprendere l’anima di Procida: un’isola che non si offre immediatamente, ma che chiede di essere attraversata con lentezza, lasciando emergere - passo dopo passo - il significato dei suoi luoghi.
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