Caso Rogoredo, a 4 di Sera lo sfogo del poliziotto: "Omicidio volontario? Spersonalizzazione del lavoro degli agenti"
Il sindacalista difende il poliziotto indagato dalla magistratura
Il tema della sicurezza nelle città si fa sempre più impellente nella cronaca e si intreccia spesso con le polemiche sulla mancata tutela delle Forze dell'Ordine che ogni giorno garantiscono la nostra incolumità. Di questo si discuteva giovedì scorso da Del Debbio, nella trasmissione ’4 di Sera’, in riferimento alla vicenda del giovane nordafricano Abderrahim Mansouri che a Milano, zona Rogoredo, ha puntato la pistola - solamente dopo si è scoperto fosse caricata a salve - contro un poliziotto prima di essere colpito fatalmente.
A sollevare il polverone, stavolta, è stata la decisione della magistratura di iscrivere l’agente nel registro degli indagati per omicidio volontario. Una scelta che, nonostante la consueta polarizzazione del dibattito fra ’atto dovuto’ e ’atto voluto’, ha sia suscitato un’indignazione generalizzata sia spinto molti a chiedersi: cos’altro doveva fare quell’agente se non difendersi? A difesa del collega, in studio è intervenuto Luca Capalbo, dirigente del sindacato FSP di Polizia: "Parlare di omicidio volontario per il poliziotto equivale a dire che sia uscito di casa con l'intento di andare al parchetto e uccidere. È una spersonalizzazione del lavoro quotidiano degli agenti".
La condanna, ricorda Capalbo, prevederebbe una pena da un minimo di 21 anni fino all’ergastolo. Uno scenario distopico per un poliziotto in servizio chiamato a fare il proprio dovere. "Iscrivere nel registro degli indagati è un atto a tutela del collega, è vero, ma non deve diventare neanche un automatismo per cui si risponde per un capo d'imputazione che è grave", conclude il sindacalista.
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