Fabio Cagnazzo colpevole senza processo. La storia del carabiniere “ostaggio” della giustizia
Ci sono storie che oltrepassano il confine della mera vicenda individuale e diventano simboliche, capaci come sono di raccontare un intero sistema e di mostrare uno spaccato significativo del tempo in cui si vive. E quella del colonnello dei Carabinieri Fabio Cagnazzo è una di queste storie; ci dice molto sulle idiosincrasie della giustizia italiana e pure sulla società civile, su come a volte il principio di presunzione d’innocenza venga candidamente cancellato per fare spazio ad un giustizialismo che, se riflettuto, inquieta e spaventa. Perché la vicenda di Cagnazzo è quella, tipica, di un processo che è finito ancor prima di cominciare, con la sentenza già scritta: colpevole. Attenzione, però: qui non si sta perorando alcuna causa, né si vuole sostenere l’innocenza o la colpevolezza di nessuno, ma solo di attendere la fine di un processo. Ciò che si vuole mettere in luce è piuttosto il metodo, le contraddizioni, le criticità di un meccanismo che, una volta partito, può diventare un tritacarne.
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Tutto inizia con l’omicidio di Angelo Vassallo, il «sindaco pescatore» di Pollica, ucciso a colpi di pistola nel 2010 ad Acciaroli, i cui responsabili non sono ancora stati trovati. L’episodio sarà l’innesco di una catena di eventi che sconvolgeranno la vita, privata e professionale, del colonnello, la cui intera esistenza – e quella della sua famiglia - è stata dedicata all’Arma: il nonno e il padre sono stati carabinieri, così come i suoi due fratelli, e Cagnazzo stesso, nella sua carriera, vanta decine e decine di arresti eccellenti tra boss e latitanti della criminalità organizzata italiana, tra cui Vincenzo Capone del clan dei Crimaldi, Modestino Pellino dei Moccia e Pasquale Vargas vicino ai Casalesi. Ma torniamo alla vicenda giudiziaria. Dopo la morte di Vassallo, il colonnello viene prima sospettato per concorso in omicidio volontario, poi iscritto nel registro degli indagati e poi ancora archiviato, e questo per ben tre volte: tre iscrizioni, l’ultima nel 2022 dopo dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, e tre archiviazioni, l’ultima nel 2021. Intanto, però, iniziavano ad arrivare le prime condanne, non giudiziarie ma mediatiche, perché Cagnazzo per alcuni era già diventato il colpevole. Una spada di Damocle con la quale ha dovuto suo malgrado convivere per quattordici, lunghi anni, tra perquisizioni, intercettazioni e interrogatori, fino a che, nel novembre del 2024, la Procura di Salerno lo sottopone a un provvedimento di custodia cautelare per il presunto depistaggio delle indagini sull'omicidio. Otto mesi in carcere, fino alla prima sentenza della Corte di Cassazione che, dopo il ricorso dei legali Ilaria Criscuolo e Agostino De Caro, l’8 aprile 2025, revoca la misura cautelare nei confronti dell’alto ufficiale, seguita a ruota dal Tribunale del Riesame che a sua volta, nel maggio del 2025, si pronuncia nello stesso modo, annullando l’ordinanza del gip di Salerno. Infine, nel dicembre scorso, arriva un secondo intervento della Cassazione a conferma del precedente, che mette ancora una volta in discussione l’intero impianto accusatorio.
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In mezzo a questo turbinio di sentenze e pronunciamenti, il Ministero della Difesa, a ottobre 2025, aveva disposto per Cagnazzo la sospensione precauzionale dall’impiego: il colonnello non avrebbe potuto più svolgere il suo lavoro. Ma, e arriviamo ad oggi, l’avvocato Nicola Simonelli decide di ricorrere al Tar del Lazio contro la decisione ministeriale: il tribunale, venerdì scorso, accoglie la richiesta e si pronuncia per il reintegro di Cagnazzo, data «una certa carenza del quadro indiziario tale da incidere anche sui gravi indizi di colpevolezza». Una piccola "vittoria" per Cagnazzo, il quale però resta imputato dopo la richiesta del rinvio a giudizio dell’estate scorsa, con la prima udienza preliminare ancora in corso di un processo che vede peraltro importanti pezzi dello Stato costituitisi parte civile. «Con il Tar abbiamo fatto un passetto in avanti come con le sentenze della Cassazione - ha spiegato a Il Tempo il legale Criscuolo - e aspettiamo con il solito atteggiamento sereno il processo, senza proclami». «Perché - ha proseguito - a noi interessano solo due cose: la verità, non solo per noi ma anche per Angelo Vassallo e per la sua famiglia, e la giustizia, perché smettere di credere nella sua affermazione sarebbe la fine. Questo senza partecipare al gioco al massacro, senza urlare, senza strepitare. Come sempre».
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