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Caso Shalabayeva, funzionari di polizia contro la condanna di Renato Cortese

Foto: LaPresse

Marco Zonetti
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L'Associazione nazionale funzionari di polizia ha scritto una lettera al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, a quello della Giustizia Carlo Nordio e al capo della Polizia Vittorio Pisani, in seguito alla condanna a tre anni di reclusione per sequestro di persona irrogata a Renato Cortese, Maurizio Improta e altri tre poliziotti per il caso Shalabayeva. La lettera parla a nome di tutti i funzionari che, come accadde per Cortese nel caso Shalabayeva quando rivestiva l’incarico di capo della squadra mobile di Roma, corrono giornalmente il rischio di eseguire un ordine per poi essere accusati di un qualche reato o, in caso contrario, di omissione di atti d’ufficio.

Le forze dell'ordine sono scosse nel profondo e lamentano di essere condizionate nel loro operato da una sentenza che, a dodici anni dall’espulsione della moglie e della figlia di un dissidente del Kazakistan, vede condannato (con ripercussioni non solo personali ma anche professionali) uno dei più stimati dirigenti di Polizia, ovvero l’investigatore che ha dedicato tutta la vita alla cattura dei latitanti di mafia fino all’arresto del boss Bernardo Provenzano, e che oggi ricopre l'incarico di direttore centrale della Polizia.

La presa di posizione dell'associazione funzionari di polizia giunge alla vigilia del deposito delle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Firenze, sentenza contro la quale i legali dei poliziotti hanno preannunciato un nuovo ricorso in Cassazione. L'afnp difende a spada tratta Cortese e i vertici dello Stato e dichiara: «Se lo Stato chiede coraggio, deve garantire tutela, se chiede responsabilità, deve garantire certezza. Se chiede sacrificio non può lasciare soli i propri funzionari».

L'associazione sottolinea come «dopo dodici anni» la vicenda in questione continui «a produrre effetti dolorosi sul piano personale e professionale chiamando in causa riflessioni sul rapporto tra legalità, operatività e certezza del diritto». E ancora: «Quell’intervento avvenne nel quadro di un obbligo giuridico, verificare la presenza di un latitante internazionale e, una volta constatata l’irregolarità documentale, applicare le norme in materia di immigrazione. Non farlo avrebbe integrato omissione di atti d’ufficio».

L'accorata lettera prosegue: «Come può un dirigente di polizia agire con serenità davanti a scelte che richiedono prontezza, responsabilità e rischio personale? Chi opera nella sicurezza pubblica decide in tempo reale basandosi su norme, prassi e informazioni disponibili. L’estremizzazione interpretativa del diritto rischia di trasformare in colpe ciò che è compito». Per poi chiosare: «E in conclusione, la questione che viene posta ai ministri è: “Cosa deve fare un funzionario di polizia se l’omissione è reato e l’azione diligente può diventarlo con il senno di poi?"».

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