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Fatwa delle comunità islamiche contro Il Tempo e quei giornali che parlano di Hannoun & Co.

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Dario Martini
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Svelare il sistema di Hannoun&Co per foraggiare Hamas? Raccontare l’elogio del 7 ottobre da parte di imam come quello di Torino, prima espulso e poi liberato dal solito giudice? Documentare i tentacoli dei Fratelli Musulmani che dalla Francia si sono allungati in Italia? Fotografare la giungla di moschee abusive nelle città italiane?

Tutto ciò dovrebbe essere alla base del giornalismo e della libertà di stampa in un Paese democratico. Invece, no. Per l’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche italiane si tratta di «islamofobia». Non solo, sarebbe in atto una vera e propria «caccia al musulmano».

Quindi il lavoro che negli ultimi mesi è stato portato avanti da Il Tempo, insieme anche a Il Giornale e Libero, non sarebbe accettabile. Anzi, dovrebbe essere stigmatizzato.

 

A firmare questa nota, con cui si mettono nel mirino - metaforicamente parlando- «alcune voci mediatiche e politiche che hanno normalizzato l’islamofobia», è l’ufficio stampa dell’Ucoii. Il suo presidente, Yassine Baradai, fresco di nomina a fine dicembre, tuona: «Non accetteremo che l’odio islamofobo venga normalizzato né che intere comunità siano trascinate in sospetti collettivi per convenienza politica e mediatica». Una presa di posizione che sorprende, visto che il nostro giornale ha documentato sempre minuziosamente tutti i fatti riportati, mai generalizzando ma raccontando nello specifico ogni circostanza. Non a caso, l’inchiesta della procura di Genova, insieme all’antiterrorismo, ha portato all’arresto di nove persone, tra cui Mohammad Hannoun, ritenuto secondo l’accusa il vertice della cellula italiana che tramite finte operazioni benefiche finanziava Hamas.

 

L’Ucoii non fa nomi specifici, non cita Hannoun, ma non pare un caso che questa dura invettiva arrivi proprio pochi giorni dopo la maxi inchiesta della procura del capoluogo ligure. L’Unione delle comunità islamiche ritiene anche che si stia «trasformando la vita ordinaria dei centri islamici in un falso allarme sicurezza», colpendo in particolare «imam e referenti impegnati nel dialogo, nella formazione e nel confronto». L’imam di cui si è parlato di più nelle ultime settimane è quello di Torino, Mohamed Shahin, che all’indomani della strage del 7 ottobre parlò di «atto di resistenza». Shahin era stato raggiunto da un provvedimento di espulsione emesso dal Viminale e portato in un Cpr in attesa di essere rimpatriato, salvo poi essere liberato dalla Corte d’appello di Torino, nonostante fosse ritenuto «pericoloso» dal governo.

Il capo dell’Ucoii, il marocchino Baradai, non è nuovo alle polemiche. Nel 2020, quando era segretario dell’Unione delle comunità, fece parlare di sé sostenendo che cristianesimo ed ebraismo sono «eresie» e definendo Vangelo e Torah «scritture residue».

Insomma, non proprio l’esempio migliore di quel dialogo che oggi l’Ucoii sostiene di voler portare avanti. Baradai nel settembre scorso ha salutato dalla Sicilia le barche di Flotilla dirette a Gaza. Chissà se sapeva che anche alcuni esponenti di quella spedizione in passato avevano partecipato ad eventi con figure e leader di Hamas. O forse anche riportare questi fatti è islamofobia?

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