“Non sa chi sono io (e chi è mia nipote)”, giudice arrogante prova a salvare la nipote dalla Polstrada
Sanzionare un magistrato, anche in presenza di un comportamento inopportuno, è una chimera. Il caso del procuratore generale di Cassazione che archivia il togato, accusato di aver pubblicato dei commenti a sfondo sessuale, pubblicato su queste colonne, vale più di mille parole. Ma si può fare ancora di più. Basta leggere il post del solito Enrico Costa. Il deputato di Forza Italia, stavolta, segnala il caso di un giudice che, fermato dalla Polizia Stradale, avrebbe espressamente dichiarato la propria qualifica per evitare il classico “controllo scomodo”.
Non siamo, purtroppo, nel film “Che Bella Giornata” o meglio nella scena in cui il solito Checco Zalone, solo per essere nipote del maresciallo Giuseppe Capobianco, riesce a superare qualsiasi possibile posto di blocco, ma nel privilegiato universo del terzo potere. A essere protagonista, infatti, non è il classico personaggio inventato dal genio di Gennaro Nunziante, ma chi dovrebbe essere il “garante della giustizia”, ovvero la stessa figura che quando ti fermano e non sei a posto può salvarti o peggio rovinarti la vita.
La "parente", se ha la persona giusta come passeggero, può tutto al volante. «Un giudice – come sostiene il malpensante di turno – può davvero andare oltre l’ostacolo, anche il brindisi di troppo dopo le festività». Non è certamente il caso a cui fa riferimento l’esponente azzurro. Siamo certi che, in tale frangente, i fermati non abbiano commesso alcuna irregolarità. Allo stesso modo, però, è alquanto discutibile come sfruttando “la posizione” si provi a far chiudere l’occhio al poliziotto ligio, che cerca solo di far rispettare le norme che lo stesso passeggero dovrebbe rispettare a prescindere. Questa è l’Italia e, dunque, meglio ridere che piangere.
Allo stesso modo, comunque, tale questione deve farci riflettere sulla necessità di rivedere un’organizzazione, che così com’è non funziona.
Quando parliamo di azioni disciplinari nei confronti dei togati, il "collega" non solo assolve nel 95% dei casi, ma addirittura non deve dare spiegazioni. «È vietato – spiega Costa – a chiunque accedere agli atti, anche allo stesso segnalante, ovvero a chi ha fatto l’esposto. Ecco perché chi ha il compito di decidere, considerando l’attuale meccanismo, può assolvere chi ha commesso l’infrazione, senza dar conto a nessuno». Si arriva, pertanto, al fatidico caso a cui facciamo riferimento, più simile di quanto si possa pensare alla vicenda post sessisti.
L’unica differenza è che qui a essere coinvolta non è la procura generale di Cassazione, ma addirittura il Consiglio superiore della Magistratura. «Nel magnifico mondo delle massime della sezione disciplinare del Csm – racconta su X il parlamentare – raggiungere il luogo in cui una pattuglia stava eseguendo un controllo sull’autovettura condotta dalla nipote e rivolgersi agli agenti espressamente dichiarando la propria qualifica, integra la violazione della norma di categoria». Il fine, infatti, è chiaramente quello di conseguire «vantaggi ingiusti per sé e per gli altri». Nonostante ciò, l’organo preposto archivia. La motivazione: «Scarsa rilevanza».
Ciò, però, è un pericolo: si dice implicitamente che i “parenti” di una determinata categoria, come gli appartenenti a essa, sono “intoccabili”. E qui non ci riferiamo ai potenti di Al Capone. Parliamo, al contrario, di chi dovrebbe battersi affinché la legge sia “uguale per tutti”. Per pochi si mette a rischio la credibilità di chi, nella maggior parte dei casi, al contrario, con spirito di abnegazione e sacrificio, consente a tutti quanti noi di essere "garantiti". Un rischio, quindi, da evitare a ogni costo, considerando che il nostro Paese non può fare a meno dei suoi giudici, dei suoi "eroi", per qualche furbetto che pensa di poter fare ogni cosa.
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