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Da ProPal a ProMad: la piazza della sinistra diventa sudamericana

Foto: Lapresse

Aldo Rosati
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Come certe mode effimere, che cambiano con il passaggio delle stagioni, così succede in piazza. In fondo basta variare solo due lettere: da ProPal a ProMad. Un ideale passaggio di testimone, quando i presìdi per l’ultimo «martire», Mohammad Hannoun, sono ancora in corso, subentra la passione sudamericana, un evergreen: «liberate Nicolas Maduro». Il caudillo del momento, l’eroe «romantico» che ha tentato fino all’ultimo di resistere al terribile Donald Trump. La scenografia è la stessa: c’è il nemico a stelle e strisce e l’odio per l’Occidente «imperialista». A ben vedere, in realtà non un grande cambiamento: da una parte un gruppo terroristico, Hamas; dall’altra un dittatore inviso al suo popolo, che come passatempo si dedica al narcotraffico.
La vita «spericolata» che continua ad affascinare la gauche, costretta ciclicamente a sostituire la bandiera, dalla kefiah all’arepa. Paese che vai, tradizione che trovi. È successo ieri a Firenze, con un sit-in davanti al consolato Usa. Eloquente il comunicato con cui i centri sociali rilanciano l’iniziativa:«Rivendichiamo l’indipendenza e la sovranità del Venezuela a difesa di tutta l’America Latina, contro i colpi di Stato dell’imperialismo nordamericano». E oggi, con un parterre molto più istituzionale - Anpi e Cgil- si replica nella Capitale, con un concentramento in piazza Barberini, a poche centinaia di metri dall’ambasciata americana di via Veneto. Il linguaggio è simile: «Condanniamola gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolas Maduro, e dei suoi familiari».

La stessa scena sabato pomeriggio a Milano, sotto l’egida di Rifondazione comunista e di Potere al popolo, i manifestanti scandiscono slogan per Maduro presidente e un attivista dal palco svela la «vera» identità del premio Nobel María Corina Machado: «È una nazifascista». La piazza contagia il campo largo. Dal Nazareno è il responsabile Esteri Peppe Provenzano a dettare la linea: «Legittimare questa violazione del diritto internazionale è gravissimo». Il giubilo dei venezuelani a Caracas e nel mondo va in secondo piano, dettaglio quasi irrilevante.
Il Pd prende la mira e nell’obiettivo c’è spazio solo per la Casa Bianca. E per Palazzo Chigi: «Meloni sceglie Trump e dimentica che, per la Costituzione, l’Italia ripudia la guerra», conclude il deputato dem. La compagnia è all’altezza di un’altra Flotilla, stavolta diretta verso il mar dei Caraibi. C’è, ad esempio, Fiorella Mannoia, che sui social si schiera: «E ora com’era? Aggredito, aggressore...». O l’editorialista del Fatto Quotidiano Pino Arlacchi, già parlamentare di lungo corso dell’Ulivo, nonché consulente di Maduro, che ieri scriveva: «È un attacco colonialista, ma al buio».

Un ragionamento che poi sviluppa così: «In Venezuela c’è una milizia popolare di cinque-sei milioni di chavisti armati e addestrati». Insomma, il sogno del Comandante «risorto», un archetipo duro a morire e alimentato nello stesso Paese sudamericano dalla rivoluzione bolivariana. Da Hugo Chávez a Nicolas Maduro, il Pantheon della gauche. Dono ore di «passione» anche per Cuba, la terra dei mitici barbudos. E se dovesse essere uno dei prossimi obiettivi dell’amministrazione Trump? Nel mappamondo del campo largo, nessun trasporto invece per le proteste sempre più diffuse in Iran. Come già successo in passato per la rivolta delle donne, il cuore batte da un’altra parte. Terroristi ProPal, caudilli socialisti e ayatollah: l’importante è che siano contro l’Occidente. Icone che non passano mai di moda.

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