La Sinistra si ritrova in piazza per difendere Hannoun & Co. e attaccare Meloni e gli Usa
Dopo l’ultimo presidio organizzato venerdì sotto la Casa Circondariale di Monza, dove è detenuto Yaser Elasaly, membro del comparto estero dell’organizzazione terroristica Hamas, componente della cellula italiana e responsabile con Hussny Mousa della filiale milanese di A.B.S.P.P., la rete di solidarietà che fa capo a Mohammad Hannoun, leader dei palestinesi in Italia, è tornata a mobilitarsi. Un’altra manifestazione, l’ennesima, per chiedere la scarcerazione dei presunti finanziatori dei tagliagole si è svolta nel pomeriggio di ieri in Piazza della Scala a Milano. «Tutti uniti con una sola voce contro i fascisti» perché «la solidarietà non si arresta», è lo slogan dei presenti. E tra le sigle in piazza spuntano le solite note: insieme all’Associazione dei Palestinesi in Italia, infatti, i Giovani Palestinesi Italiani, Osa, Cambiare Rotta, Rete dei Comunisti, Potere al Popolo e l’Unione Sindacale di Base (USB). Oltre adAngela Lano, la direttrice del sito InfoPal al centro della maxi inchiesta della Procura di Genova. «Libertà pervMohammad Hannoun, Read Dawood, Yaser Elasaly e per tutti i prigionieri palestinesi». Sono le urla dei manifestanti avvolti dalle bandiere della Palestina alle quali si sono aggiunte quelle venezuelane, non per festeggiare la caduta del regime di Maduro e dunque lo spiraglio di libertà di un popolo, ma per esprimere vicinanza al dittatore comunista.
A ogni modo, la rete di solidarietà nei confronti dell’architetto giordano Mohammad Hannoun e degli altri otto individui fermati con l’accusa di aver finanziato Hamas con oltre sette milioni di euro è ormai consolidata. Poco importa, a loro, delle troppe ombre attorno a tali figure che l’inchiesta condotta per mesi da Il Tempo ha portato alla luce. Tanto che raccogliere fondi, coordinarsi con le varie associazioni in giro per l’Europa e trovare persone per distribuire i soldi ad attivisti e prigionieri affiliati ad Hamas una volta giunti a destinazione risulterebbe, per gli antagonisti, qualcosa di poco conto per cui sarebbe ingiusto essere processati. E come già sostenuto dal Partito Marxista-Leninista e ribadito nel corso del corteo, si tratterebbe di un «intollerabile attacco del governo Meloni, Mussolini in gonnella, alla resistenza del popolo Palestinese». A preoccupare però è il supporto incessante, velato e non, di buona parte della sinistra istituzionale, che ancora una volta ha perso l’occasione per schierarsi dalla parte giusta della barricata e quindi in difesa della legalità. Legittimando, di fatto, un altro raduno anti governativo capeggiato dai professionisti del disordine. Sempre con la kefiah al collo, infatti, i manifestanti hanno poi raggiunto il consolato Usa di largo Donegani dove era già in corso un presidio di protesta a cui hanno partecipato circa in 300 per «chiedere l’immediata interruzione dell’azione militare americana».
Presidio al quale, come confermato dallo stesso M5S Lombardia, si sono presentati una delegazione di attivisti con l’europarlamentare Gaetano Pedullà, il coordinatore territoriale Daniele Pesco e il capogruppo in Consiglio regionale Nicola Di Marco. «Dalla Palestina al Venezuela. Fermare il colonialismo Usa ora» si legge su un lungo striscione in cui è raffigurato Donald Trump con il pugno alzato davanti a una città che brucia. Mentre Potere al Popolo non ha risparmiato critiche nemmeno al premio Nobel per la Pace María Corina Machado, ritenuta colpevole di avere «invocato più volte l’aggressione militare al proprio Paese». La stessa con la quale i Dem si erano complimentati al conferimento del riconoscimento, salvo poi cancellare dal sito web le congratulazioni una volta scoperto che fosse «trumpiana».
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