L'impero italiano di Hannoun. Così il corriere trasportava il denaro
Un impero immobiliare composto da 74 proprietà. 560 mila euro in contanti occultati in un garage. Movimentazioni superiori ai sette milioni di euro. È il quadro, dai contorni di un thriller finanziario, delineato dall’operazione «Domino» condotta dalla Dda di Genova, che ha disarticolato un presunto sistema di finanziamento al terrorismo celato dietro iniziative di solidarietà umanitaria a favore della popolazione palestinese. Al centro dell’inchiesta, una figura ritenuta dagli inquirenti «insospettabile» e una rete di denaro contante che dall’Emilia-Romagna avrebbe alimentato direttamente le casse di Hamas. Il protagonista è Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, 52 anni, cittadino giordano, arrestato nei giorni scorsi a Sassuolo. In apparenza un semplice dipendente dell’Associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese (Abspp). Secondo gli investigatori, invece, il collettore di fondi più efficiente dell’intero circuito. «Tu da solo in otto mesi hai raccolto quello che non si è mai raccolto in tre-quattro anni», gli dice il presidente dell’associazione, Mohammad Hannoun (indagato), in una conversazione intercettata. Una frase che, per la Procura, chiarisce il ruolo centrale di Abu Rawwa nell’architettura dell’operazione. L’accusa è lineare e di estrema gravità: il denaro raccolto attraverso appelli emotivi per presunti aiuti umanitari destinati a Gaza e alla Cisgiordania non avrebbe mai raggiunto i civili. Quel flusso imponente - oltre un milione di euro in appena otto mesi, tra contanti, bonifici e pagamenti tramite Pos - sarebbe stato invece dirottato, mediante canali opachi, a sostegno dell’apparato terroristico di Hamas.
Abu Rawwa, secondo le indagini, non si limitava alla raccolta. Era anche il corriere del contante. Gli atti ricostruiscono una sequenza di passaggi quasi cinematografici: 11 febbraio 2024, a Milano, la consegna di uno zaino con 180 mila euro; 11 aprile, al casello di Lodi, un nuovo incontro per 250 mila euro; 20 giugno, ancora nel 2024, un ulteriore trasferimento da 180 mila euro, questa volta in uno zaino rosso. Le microspie installate sulla sua Audi lo registrano mentre suddivide le mazzette. Il punto di svolta dell’inchiesta, tuttavia, arriva sul fronte patrimoniale. Mentre le donazioni affluivano, Abu Rawwa costruiva a ritmo serrato un patrimonio immobiliare imponente: 44 immobili nel Modenese, oltre 30 nel Reggiano. Appartamenti, locali commerciali, garage, magazzini, terreni. Tutti acquistati all’asta, in un arco temporale ristretto, senza ricorso ad alcun mutuo.
La domanda degli inquirenti è inevitabile: come può un dipendente di un’associazione benefica sostenere investimenti di questa portata? La risposta della Procura è netta: quel patrimonio sarebbe il prodotto diretto del meccanismo illecito. È in questo snodo che emerge Propalopoli: il doppio volto della solidarietà, da un lato, e dall’altro quello dell’arricchimento personale e del finanziamento al terrorismo. La magistratura ha il dovere di mettere in campo il massimo livello di vigilanza e di misure cautelari. In casi come questo, il rischio per la sicurezza nazionale non è astratto. Propalopoli apre infine una riflessione scomoda sul mondo del no profit e della cooperazione internazionale. Senza generalizzazioni, ma con una constatazione chiara: servono controlli rigorosi, tracciabilità integrale dei flussi finanziari e verifiche puntuali sulla destinazione reale degli aiuti. La solidarietà non può diventare una copertura.
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