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Caso Hijazi, "dubbi a Washington sul ruolo della Albanese". L'intervista a Irina Tsukerman

La direttrice delWashington Outsider: "La vostra inchiesta serve per la sicurezza interna". L'islam è "finanziato dalla sinistra e sfocia nella violenza"

Giulia Sorrentino
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«Francesca Albanese? A Washington molti ritengono che il suo ruolo sia ormai lontano da quello di una relatrice neutrale e assomigli piuttosto a quello di un’attivista allineata a regimi ostili». A dircelo è Irina Tsukerman, direttrice del Washington Outsider e membro del board del Centro studi del WO, commentando l’inchiesta del Tempo su Suleiman Hijazi presente alla Camera su invito del Movimento 5 Stelle durante l’evento organizzato per Albanese, la relatrice speciale ONU.

Perché avete deciso di pubblicare la nostra inchiesta su Suleiman HIjazi?
«Perché l’inchiesta de Il Tempo è fondamentale, nessun altro media sta affrontando questo tema così delicato. Portando alla luce queste connessioni, il giornale svela l’influenza nascosta dell’estremismo all’interno della sfera politica italiana, mettendo sotto pressione i politici legati agli ambienti vicini ad Hannoun. Questo tipo di giornalismo scuote l’indifferenza e spinge verso maggiore trasparenza e consapevolezza in tema di sicurezza nazionale. Noi seguiamo da oltre un anno il caso di Hannoun e, più in generale, le attività legate ad Hamas in Italia, i loro meccanismi di finanziamento, con particolare attenzione al contesto italiano, un Paese membro dell’UE che riconosce Hamas come organizzazione terroristica. Non dimentichiamo che Suleiman Hijazi è una figura chiave nella rete legata ad Hannoun in Italia, dove agisce come intermediario politico e organizzatore comunitario, promuovendo messaggi filo-Hamas sotto le sembianze dell’attivismo per la causa palestinese. Il suo coinvolgimento evidenzia la linea sempre più sottile tra attivismo della società civile e operazioni coordinate di influenza collegate all’infrastruttura di sostegno europea di Hamas».

Quando è diffuso l’attivismo pro-Hamas in Italia?
«Molto. È finanziato e sostenuto da alleanze tra gruppi islamisti e frange della sinistra radicale, è sfociato sempre più spesso in episodi di violenza di piazza e incitamento all’antisemitismo, soprattutto nei campus universitari e negli spazi pubblici. Questi movimenti non solo mettono a rischio l’ordine pubblico, ma promuovono attivamente gli obiettivi di un’organizzazione terroristica genocida. Noi abbiamo preso posizione anche contro la disinformazione promossa da figure come Francesca Albanese, le cui dichiarazioni e i rapporti delle Nazioni Unite ripropongono la propaganda di Hamas e arrivano a sminuire o giustificare crimini gravissimi come stupri di massa, atti terroristici e sequestri di persona».

Ma c’è chi in Italia difende Francesca Albanese...
«Albanese gode del sostegno di alcuni settori della sinistra che la considerano una paladina. Ma molti dei suoi sostenitori ignorano le sue affiliazioni, le fonti di reddito o la misura in cui le sue dichiarazioni rispecchiano la propaganda terroristica. Al contrario, funzionari statunitensi e gruppi della società civile americana considerano il suo comportamento profondamente fazioso: le sue accuse di genocidio rivolte a Israele sono viste come una riedizione moderna del classico “accusa del sangue” antiebraica, e rientrano pienamente nella definizione di antisemitismo fornita dall’IHRA. Gli osservatori americani sono allarmati dalla sua mancanza di neutralità, dalla retorica incendiaria e dalla sua incapacità di condannare chiaramente le atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre».

In base alle vostre ricerche, il fondamentalismo islamico in Italia a che livello è?
«Attraverso il monitoraggio condotto dal centro di monitoraggio del Washington Outsider TWOCIW), osserviamo segnali evidenti di un ritorno dell’influenza del fondamentalismo islamico, sia a livello globale sia in Italia: l’influenza ideologica dell’islamismo radicale è in crescita, soprattutto tramite centri culturali finanziati dall’estero, la radicalizzazione online e una narrazione basata sul vittimismo».

E la propaganda jihadista?
«I gruppi jihadisti si sono adattati all’era post-ISIS infiltrandosi nei discorsi della sinistra occidentale, sfruttando le dinamiche dell’identità politica e puntando soprattutto sui giovani attraverso il web».

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