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25 aprile, da Salis a Montanari: la piazza è propaganda e la sinistra cerca consenso

Christian Campigli
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A volte serve rallentare la velocità di crociera, fermarsi e riavvolgere il nastro della storia per osservare e comprendere con precisione gli avvenimenti. La sinistra, per decenni, ha sottolineato (come la maestrina dalla penna rossa), che la festa della Liberazione dovrebbe essere un giorno di giubilo per tutti. Un momento di condivisione. Eppure, la doverosa partecipazione dei moderati che governano il Paese alle manifestazioni pubbliche di ieri, ha scatenato stucchevoli polemiche. Il più fulgido esempio di questa strategia (tutt’altro che improvvisata) è rappresentato dal nuovo mito dei nipotini di Carlo Marx: Roberto Salis, che dal palco dell’evento organizzato a Roma dall'Anpi, ha letto alcune considerazioni scritte da sua figlia Ilaria, candidata per Avs alle prossime elezioni europee. «Sono orgogliosa che nel mio Paese si ricordi tutti gli anni la cacciata dei nazifascisti grazie alla coraggiosa lotta di partigiani e partigiane. Dalla mia cella ardentemente desidero che il mio Paese si mostri tutti i giorni all'altezza della propria storia, che oggi come in passato voglia opporsi all'ingiustizia del mondo e schierarsi dalla parte giusta della storia. Buon 25 aprile». Roberto ha poi ricordato che «mia figlia è antifascista e questa è casa sua».

 

 

Una festa, quella della Liberazione, che dovrebbe unire e che continua a dividere. In particolar modo chi vuol ancora apparecchiare la tavola facendo sedere i buoni di fronte ai cattivi. È il caso del maestro dei distinguo, dei però e delle surreali posizioni sulle Foibe, il rettore dell'Università per Stranieri di Siena, Tomaso Montanari. L’uomo che avrebbe dovuto candidarsi a Firenze (ma che non pare aver raccolto sufficienti adesioni intorno al suo strabordante ego), non ha gradito un articolo pubblicato dal quotidiano Il Secolo d’Italia, a firma di Spartaco Pupo, a sua volta professore universitario. Un pezzo, sul quale il docente analizzava i bislacchi comportamenti dello stesso Montanari, di Christian Raimo (l’uomo che insegna ai propri studenti a picchiare i nazisti) e Antonio Scurati (che non ha certo bisogno di presentazioni) dal titolo «I vecchi resistenti guardavano al futuro, i nuovi antifà fanno prediche e business». L’uomo convinto che la legge del 2004 istituente la Giornata del Ricordo «rappresenti il più clamoroso successo di questa falsificazione storica» si è evidentemente sentito punto nel vivo e su X ha risposto in maniera a dir poco disgustosa.

 

 

«Ma almeno oggi tornate nelle fogne e tacete». Parole che, è del tutto evidente, non meritano nemmeno una riga di commento. E che dire di Eike Schmidt, candidato sindaco a Firenze per i conservatori, che ieri mattina, con il fazzoletto dell’Aned (l'associazione nazionale deportati) legato al collo, ha partecipato alla manifestazione che si è tenuta in Piazza della Signoria. Una scelta del tutto coerente per lo storico dell’arte, che si è sempre dichiarato antifascista. Una decisione che ha causato un evidente mal di pancia al consigliere comunale del Pd, Alessandra Innocenti. «Anche il candidato della destra deve dimostrare che è presente e addirittura porta il foulard dei deportati. Io i fascisti e soprattutto quelli che fanno finta di non esserlo, non li voglio». Alla faccia della condivisione e, direbbe il grande Totò, del bicarbonato di sodio.

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