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Dossieraggio, De Gennaro in Antimafia e la risposta secretata sulla "manina" estera

Rita Cavallaro ed Edoardo Sirignano
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La risposta secretata in Commissione infittisce ancor più il giallo sui presunti mandanti dell’attività di dossieraggio, messa a segno da Striano&Co negli uffici dell’Antimafia. Ieri mattina l’intervento molto tecnico sul funzionamento dell’accesso alle banche dati, fornito dal comandante generale della Guardia di Finanza Andrea De Gennaro, è passato in secondo piano quando a Palazzo San Macuto è deflagrata la domanda del senatore leghista Gianluca Cantalamessa. L’esponente del Carroccio ha posto un quesito molto delicato, che potremmo riassumere così: il tenente Pasquale Striano, proveniente già dalla Dia dove aveva lavorato con l’allora procuratore Federico Cafiero De Raho, è stato raccomandato da qualcuno per approdare alla Direzione Nazionale Antimafia, dove pochi mesi dopo avrebbe preso il comando proprio lo stesso De Raho? Un interrogativo al quale il capo delle fiamme gialle aveva iniziato a rispondere timidamente, per poi rendersi conto che la faccenda avrebbe potuto creare imbarazzo politico all’esponente pentastellato, che di quella Commissione è vicepresidente. Soprattutto alla luce del fatto che, proprio quando De Raho guidava la Dia, ha firmato gli arresti dell’allora ministro Claudio Scajola per il caso Matacena, processo nel quale Striano ha testimoniato ben quattro volte sui risultati delle sue indagini.

 

Una situazione che rende ancora più forte la polemica sollevata dal senatore Maurizio Gasparri, il quale prima di cominciare i lavori, ancora una volta, sottolinea come la presenza dell’ex magistrato in quell’organo resti del tutto inopportuna. «C’è un palese conflitto d’interesse», sostiene, rivolgendosi alla presidente Chiara Colosimo, «che non può essere ignorato. Ognuno farà quello che vuole, ma per coerenza voglio ribadire quanto detto all’esterno». La precisazione, però, provoca la reazione immediata del capogruppo del Partito Democratico Walter Verini, che come fa un buon avvocato, replica a quanto detto dal collega forzista: «De Raho ha tutta l’esperienza e autorevolezza per decidere, in piena autonomia, come essere più utile ai lavori. Sarà lui a decidere». Il tutto seguito dal collegamento, che nessuno si aspetta, con la vicenda che riguarda il primo cittadino pugliese Antonio Decaro, il quale secondo la ricostruzione del Nazareno sarebbe «vittima» come il parlamentare pentastellato: «Se poi proprio non potete aspettare – chiarisce il parlamentare dem – potete sempre chiedere a Piantedosi di nominare una commissione d’accesso alla Commissione Antimafia, come ha fatto per il Comune di Bari». Una battuta che irrita, e non poco, chi è in rappresentanza delle forze di governo. Tra gli altri, Saverio Congedo, deputato di FdI e componente della Commissione, lo ritiene un «attacco strumentale» verso la maggioranza.

 

Polemiche a parte, l’intervento del generale De Gennaro ha lasciato luci e ombre. Alcuni aspetti dell’inchiesta sono rimasti fumosi, anche perché il comandante ha chiarito che non avrebbe parlato di fatti specifici dell’inchiesta coordinata dal procuratore di Perugia, Raffaele Cantone. Però ha garantito che non era il Corpo a dover controllare il lavoro di Striano. «Per una lunghissima parte della sua carriera, pur essendo finanziere, il tenente Striano, sempre stato nella Gdf e lo è ancora, non è stato impiegato quotidianamente in un reparto della Gdf ma in strutture differenti, da ultimo la procura nazionale antimafia. Chi è abilitato a verificare il contenuto del lavoro che gli è stato assegnato», ha detto De Gennaro, «è evidentemente colui il quale gli ha assegnato quel lavoro, che non è il comandante del nucleo di polizia valutaria». E alla domanda specifica «allora Laudati?», il generale ha rimarcato: «Laudati». Il quale, indagato, nei giorni scorsi ha detto che la sua attività ricadeva sotto il controllo di De Raho.

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