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Stellantis, la vera storia: una strategia fatta di delocalizzazioni e licenziamenti

Domenico Alcamo

Duecentoventi miliardi di euro dal 1975 al 2012. È la cifra emersa da uno studio, mai smentito, pubblicato da Federcontribuenti proprio nel 2012. Si tratta dell’ammontare di denaro che la Fiat ha ricevuto dallo Stato italiano. In quella cifra ci sono le risorse destinate a varie voci, come la cassa integrazione, lo sviluppo industriale, i sussidi, il denaro per l’implementazione degli stabilimenti. Questo, però, ovviamente non comprende i numeri di quanto l’azienda- nel frattempo è intervenuta la fusione con Psa in Stellantis nel 2021- ha continuato ad ottenere anche in seguito. L’evoluzione più recente riguarda i 6,3 miliardi di linea di credito con garanzia Sace che fu concessa a Fca Italy nel 2020, ai tempi del Covid, nel governo Conte 2. Attraverso Intesa Sanpaolo. Il prestito, finalizzato al sostegno dell’automotive, fu poi restituito due anni dopo, tuttavia i livelli di produzione non sono mai tornati a quelli pre-pandemia.

 

Anzi, su questo tema esiste una differenza tangibile tra produzioni realizzate in Italia e quelle realizzate Oltralpe (ricordiamo che Stellantis è partecipata per il 6% dallo Stato francese). Ebbene, è sempre Federcontribuienti a tracciare questo sbalzo. Il Presidente Marco Paccagnella, nell’ottobre scorso, scriveva: «Stellantis produce in Francia 1 milione di auto e 15 modelli, in Italia 400 mila con 7 modelli. Inoltre il 90 per cento dei componenti per veicoli elettrici e ibridi vengono prodotti in Francia e all’ Italia rimane il 10 per cento in un unico stabilimento». E ancora: «Noi stiamo pagando la Fiat con soldi dei contribuenti italiani – sottolineava ancora Paccagnella – da prima del secondo conflitto mondiale, prima con i soldi dell’ Iri e poi con quelli dei contribuenti italiani che sono gli stessi. Stiamo pagando da 80 anni la Fiat per vederla produrre in Polonia e in Serbia».

 

Quello che riguarda l’Italia è stato un trend precipitosamente in discesa, basti considerare che nel 1999 le auto prodotte nel nostro Paese erano circa 1,4 milioni. E qui si entra in un altro capitolo, ovvero le delocalizzazioni. C’è una certezza. Le blasonate Maserati, unico marchio di lusso di Stellantis, continueranno ad essere «disegnate, sviluppate e prodotte in Italia». Al «100%». Lo ha assicurato, qualche giorno fa, una nota della casa madre. Nel frattempo, però, le auto eredi di quei modelli nazionalpopolari che hanno fatto della fu Fiat il simbolo della vettura che abbracciava tutta la società, sono prodotti altrove. La Panda elettrica in Serbia; la 600 elettrica in Polonia, la Topolino in Marocco. È rimasta a Torino invece la 500 elettrica.

Capitolo dipendenti. Qui, poco prima di Natale, è balzata agli onori delle cronache la missiva recapitata a circa 15mila lavoratori italiani, prefigurando un incentivo (calcolato sull’anzianità di lavoro e sull’età anagrafica) che, sommato ad un trattamento di fine rapporto, poteva creare le Miliardi Sono le risorse ricevute da Fiat dal 1975 al 2012 tra cig e sussidi. Il gruppo, poi diventato Fca Italy nel 2020 ha ottenuto una linea di credito di altri 6,3 miliardi, prestito restituito due anni dopo, ma i livelli di produzione non sono tornati ai livelli pre pandemia Mila lavoratori Sono i dipendenti degli stabilimenti italiani di Stellantis che a fine 2023 hanno ricevuto dall’azienda una lettera prefigurando un incentivo all’esodo calcolato sull’anzianità di lavoro e sull’età anagrafica che sommato a un trattamento di fine rapporto può portare all’uscita volontaria condizioni per riflettere su un’uscita volontaria. Un’operazione che riguarda all’incirca un terzo della totale forza lavoro in Italia, volta ad alleggerirne dunque la quantità (anche in questo caso, poi, è interessante vedere lo storico. Nel 2004, i dipendenti in Italia erano 71.329, ridotti già del 36,5% rispetto ai quattro anni precedenti). Il Corriere della Sera dando la notizia di questa mail, scriveva: «Dai soli uffici di Torino, nel 2022, sono già andati via 350 addetti, pressappoco lo stesso numero del 2021, a cui si aggiunge la chiusura totale dello stabilimento di Grugliasco, messo in vendita online, su sito immobiliare.it, come fosse un bifocale ubicato in un paese piemontese».

 

Quello stabilimento, proseguiva il quotidiano di via Solferino, era arrivato ad occupare 1.500 persone, poi «è stato completamente svuotato di tutti i macchinari inviati nella fabbrica di Stellantis in Marocco». L’operazione «dei 15 mila», peraltro, arrivava circa un mese dopo un accordo sindacale, che ha riguardato più o meno 2mila dipendenti, per rivedere anche in questo caso gli incentivi alle uscite volontarie. A questo scenario si aggancia una panoramica dei cali di livelli occupazionali nei vari stabilimenti. A Mirafiori negli ultimi anni si è registrato un calo di circa il 25% per un totale attuale di diecimila lavoratori. A Pomigliano in circa 15 anni si è passati da poco più di 5mila a 4mila. A Melfi da 7mila a 6 mila in un biennio circa.