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Attualità

Ratzinger, da umile teologo che non voleva diventare Papa ad alto prelato che lottò contro la pedofilia nel clero

Quando nel 2016 il giornalista cattolico tedesco Peter Seewald ricevette il consenso per scrivere un libro-intervista col Papa emerito Benedetto XVI, Ratzinger si era già dimesso da più di tre anni ormai, ed era pronto ad aprirsi e rivelare nella massima libertà tutto ciò che aveva da dire sulla sua lunga vita al servizio della Chiesa Cattolica. Verso la fine del libro «Ultime Conversazioni», Seewald rivolge al papa teologo una domanda semplice e allo stesso tempo affascinante, quasi impossibile da rispondere: «Dov' è Dio? Dove lo possiamo collocare?». Ratzinger rise, sapeva che una domanda così diretta poteva essere sciolta da una risposta altrettanto semplice quanto spiazzante: «Non esiste un luogo in cui Dio troneggia. Dio stesso è il luogo al di sopra di tutti i luoghi. Come esiste una presenza spirituale tra gli uomini - due persone possono essere vicine pur vivendo in continenti diversi - così Dio non è «in qualche posto», ma è la realtà. La realtà fondamento di tutte le realtà».

Un investigatore della verità, un uomo in costante ricerca spirituale. Così amava definirsi Ratzinger quando i giornalisti gli rivolgevano domande piuttosto personali. Nei suoi quasi 10 anni di pontificato, Papa Francesco ha abituato i lettori di tutto il mondo a lunghe interviste con giornalisti e scrittori di stampo cattolico e non. Lo stesso non si può dire di Benedetto XVI, che nel corso del suo papato ha preferito parlare molto di più attraverso le sue encicliche, discorsi ufficiali e catechesi. Il motto del suo pontificato, «Collaboratori della Verità», contiene già la cifra di tutto un pontificato, durato otto anni, pieno di ostacoli, inciampi e tensioni provenienti da più parti. Il papa teologo non voleva diventare pontefice, sapeva bene che avrebbe potuto guidare la Chiesa meglio da un'altra posizione, dietro le quinte, come del resto ha fatto collaborando a stretto contatto con Giovanni Paolo II, per il quale ha scritto la quasi totalità delle encicliche e dei discorsi.

Quando il 19 aprile 2005 il Conclave lo elesse papa, Ratzinger indossava un maglione nero sotto la tonaca cardinalizia. Era una chiara richiesta ai colleghi cardinali, nel suo profondo linguaggio simbolico, di non ricevere voti nello scrutinio segreto nell'elezione del nuovo pontefice. Non bastò. La sfida era tra lui, il cardinale di Milano Carlo Maria Martini e l'arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio. Martini fece confluire i suoi voti su Bergoglio, che però non ebbe la meglio. Eleggendo Ratzinger, i cardinali optarono per una «soluzione rifugio», una vera e propria continuità col papato di Giovanni Paolo II. Così è stato sul piano pastorale. Nulla è cambiato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, rimasto intoccato in ogni parte, dalle considerazioni conservatrici sull'omosessualità e il celibato dei preti, fino ad arrivare al sac e r d o z i o femminile e la dottrina sociale rimasta immutata. Rimproverato dal popolo non credente per la freddezza dei suoi modi di porsi e di parlare al mondo, in pochi hanno saputo cogliere la novità del suo messaggio teologico: l'umanità può arrivare a Dio attraverso la razionalità, e accogliere il mistero di un Dio che non si vede, se non nella sua totale umanità attraverso il figlio, Gesù. Da qui nacque la necessità per il papa tedesco di scrivere la trilogia «Gesù di Nazareth», destinata a diventare punto di riferimento eterno per gli studiosi del cristianesimo di tutto il mondo. Benedetto XVI ha descritto la sua vita di pontefice come «un fardello», un peso che non avrebbe potuto sostenere senza l'aiuto della preghiera e dei collaboratori più stretti. E la coltellata più dura, forse quella finale, arrivò proprio da uno degli uomini a lui più vicini, Paolo Gabriele, maggiordomo personale negli appartamenti vaticani, che passò documenti e informazioni riservate alla stampa.

Da lì nacque il caso "Vatileaks", l'inizio della fine del suo mandato, terminato con le clamorose dimissioni del 2012, espresse in un latino aulico e cristallino. «Chiedo perdono per tutti i miei difetti», disse ai cardinali riuniti in Concistoro l'11 febbraio 2013, in un discorso di estrema brevità, che fece tremare il mondo e riportò Roma per mesi al centro delle cronache internazionali. «Le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino», spiegò. Pesarono senza dubbio la fuga di notizie riservate nel 2012, così come gli anni passati a tentare di riparare i compromessi sugli abusi sessuali perpetrati dal clero irlandese, europeo tutto, cileno, statunitense e canadese, mai del tutto fermati e analizzati in profondità da Giovanni Paolo II.

Un gesto, quello delle storiche dimissioni, che raccontò al mondo l'umiltà di un uomo che capì di non essere più adeguato alla guida della Barca di Pietro. Così Ratzinger si rifugiò nel silenzio, confermandosi «un semplice, umile lavoratorenella vigna del Signore», come si auto-definì il giorno della sua elezione a Papa. 

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