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ALLARME EPIDEMIA

C'è un legame tra meningite e immigrazione?

C'è un legame tra meningite e immigrazione?

Il legame non è dimostrato. E il discorso è delicato. Si rischia di essere tacciati per allarmisti o, peggio, per razzisti. Ma i numeri non mentono e le probabilità di un collegamento sono molto alte. Parliamo della meningite, che nel 2016 in Italia ha fatto registrare una ventina di casi, alcuni purtroppo mortali. Nessuna escalation, visto che l’anno precedente erano stati di più, almeno 25. Ma la statistica potrebbe essere smentita nei prossimi mesi, soprattutto per quanto riguarda la meningite C. Il rischio, non troppo remoto, è che ci sia una relazione con l’ondata migratoria, ipotesi bollata da molti come una «bufala» d’ispirazione xenofoba, e da altri invece ritenuta valida. Nell’estate 2015, infatti, le principali organizzazioni internazionali che si occupano di salute (la Federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, Medici Senza Frontiere, l’Unicef e l’Oms) hanno lanciato l’allarme sui casi di meningite C in Africa, sottolineando la carenza drammatica di vaccini e il loro costo eccessivamente elevato per consentire una copertura adeguata della popolazione.

Per alcuni esperti, tra le recenti ondate migratorie e i casi di questa malattia registrati nel nostro Paese non vi è il minimo collegamento. E gli stessi fanno notare che mentre da noi si sono verificati episodi che hanno avuto per «protagonisti» i ceppi B e C, nel «continente nero» è diffuso il ceppo A. Ma l’Organizzazione mondiale per la salute smentisce questo dato. «La meningite tende a colpire l’Africa ciclicamente - ha spiegato il dottor William Perea, coordinatore per il controllo delle malattie epidemiche dell’Oms - I casi di meningite C hanno cominciato a crescere dal 2013, prima in Nigeria nel 2013 e 2014, e poi in Niger nel 2015». Molti di questi casi sono stati mortali. «Solo nei primi sei mesi del 2015 ci sono stati 12 mila casi di meningite C in Niger e in Nigeria, e 800 morti - ha riferito la dottoressa Myriam Henkens, coordinatrice internazionale di Medici Senza Frontiere - Allo stesso tempo c’è stata una carenza critica di vaccini».

Da parte loro, gli americani del Cdc (centri di controllo delle epidemie), fanno notare che se è diffusa in tutto il pianeta, la più alta incidenza della malattia è nella cosiddetta «cintura della meningite», che si trova nell’Africa subsahariana. La malattia in quest’area è definita dai medici Usa «iperendemica» e la sua diffusione nel periodo di siccità, che va da dicembre a giugno, può raggiungere i mille episodi ogni centomila abitanti, mentre «negli Stati Uniti, in Europa, in Australia e anche in Sudamerica si aggira dagli 0.3 ai tre casi ogni centomila abitanti all’anno». Insomma, un subsahariano su dieci (o almeno uno su venti) è portatore della malattia. Ma non basta. I rappresentanti dei Cdc fanno notare anche che, «sebbene sia più comune nella "cintura subsahariana" africana, l’epidemia può diffondersi ovunque nel mondo». E ancora che, anche se «il ceppo A predomina» nella suddetta zona del continente, pure «i ceppi C, X e W sono stati individuati». Nel corso del 2015 quasi un milione di persone ha attraversato il Mediterraneo: 856 mila sono sbarcate in Grecia e 153.842 in Italia. Nel 2016 sono state 181 mila, il 18% in più. Da noi sono giunti moltissimi africani. Di questi sulle coste della nostra Penisola sono approdati il 21% di nigeriani, il 12% di eritrei, il 7% originari di Guinea, Gambia e Costa D’Avorio, il 6% dal Senegal e il 5 da Sudan e Mali. Come si può vedere, la «cintura» centrale africana è molto ben rappresentata.

In conclusione, nessun allarmismo e, soprattutto, nessun razzismo. I dati parlano chiaro e la preoccupazione è lecita. La situazione nell’Africa centrale in connessione con il flusso migratorio può rappresentare un pericolo «iperepidemico» per l’Europa e, in particolar modo, per l’Italia. E, senza dover necessariamente discriminare alcuna etnia di migranti o profughi, sarebbe il caso di correre ai ripari con i dovuti controlli. Prima che sia troppo tardi. 

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