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ACCORDO SULLA LEGGE ELETTORALE

La settimana decisiva per le urne: ecco quando si vota

La settimana decisiva per le urne: ecco quando si vota

Matteo Renzi e, sullo sfondo, Beppe Grillo (LaPresse)

È cominciata la settimana decisiva per la legge elettorale, quella che potrebbe precipitare il Paese verso il voto anticipato tanto in caso di accordo tra i partiti su un modello condiviso quanto nell’eventualità che le forze non trovino un’intesa e restino in vigore i due modelli licenziati dalla Consulta per Camera e Senato.

Da ieri, però, le possibilità di trovare una sintesi sono di gran lunga aumentate. “Merito” della votazione sul blog di Beppe Grillo con i militanti del MoVimento 5 Stelle che in larghissima maggioranza hanno approvato il “sistema tedesco”, un proporzionale puro con sbarramento al 5% che prevede anche una quota di seggi assegnata in base a collegi uninominali. E’ la stessa formula ormai sposata dal Pd di Renzi e da Forza Italia, nonché dalla Lega di Matteo Salvini. Si tratta dei 4 principali partiti, gli unici che sarebbero sicuri di rientrare in Parlamento con una soglia di ingresso così alta.

Sembrerebbe un accordo a prova di bomba, ma il diavolo si annida nei dettagli. Ed è proprio su questi (capilista bloccati o preferenze? Quanti collegi uninominali rispetto al totale? Prevedere un minimo premio di governabilità alla prima forza o meno? Destinarlo alla coalizione o alla lista?) che i partiti torneranno a concentrarsi da oggi, dove in cartello è previsto un incontro tra gli “emissari” del Pd e quelli del MoVimento 5 Stelle. Non ci sarà, invece, il vertice tra Renzi e Alfano di cui si era vociferato nei giorni scorsi. Il leader di Alternativa Popolare è infatti furioso per essere stato escluso dalla trattativa ed è consapevole che una soglia del 5% significherebbe la fine del suo partito. Anche per questo i centristi stanno ragionando in queste ore sull’opportunità di far mancare l’appoggio al governo Gentiloni nei prossimi tornanti legislativi.

In quanto alla data del voto, Grillo ha ulteriormente forzato la mano indicando il 10 settembre. In quel caso, secondo il leader del M5S, si impedirebbe che i parlamentari attualmente al primo mandato maturino il vitalizio, cosa che dovrebbe accadere il 16 settembre. In realtà, anche in caso di elezioni il 10 settembre, il nuovo Parlamento non si insedierebbe prima di una ventina di giorni (nel 2013 le elezioni si tennero il 24 e 25 febbraio ma il primo giorno di legislatura fu il 15 marzo), quindi la questione dei vitalizi sarebbe comunque in bilico.

Ciò che è certo, invece, è che tanto scogliendo le Camere intorno al 25 luglio (per votare il 10 settembre) che nella prima decade di agosto (per andare alle urne il 24 settembre o il 22 ottobre) sono diversi i provvedimenti che stanno affrontando l’iter parlamentare che finiranno sul binario morto. In primis, paradossalmente, proprio il ddl Richetti che ricalcolava con il metodo contributivo i vitalizi d’oro dei vecchi parlamentari, quelli maturati prima della riforma del 2012. Questa proposta attende ancora il primo via libera di Montecitorio. Ma a forte rischio scadenza sono anche il ddl concorrenza, la riforma del processo penale, ius soli, ddl tortura, fine vita ecc. Mentre potrebbe sì vedere la luce la Commissione d’inchiesta sul crac delle banche, ma con soli uno/due mesi di tempo non arriverebbe ad alcuna conclusione.

Resta, infine, la questione della manovra finanziaria da presentare entro ottobre. Se Mattarella dovesse aver difficoltà a formare un nuovo governo col Parlamento uscito dal voto (eventualità probabile, visti i rischi di un proporzionale puro in un sistema tripolare) l’Italia rischierebbe l’esercizio provvisorio e questo renderebbe impossibile trovare i fondi per evitare le clausole di salvaguardia della Ue che prevedono l’aumento dell’Iva e altre misure rischiose.

Proprio per evitare questa eventualità, il Capo dello Stato Sergio Mattarella sta facendo pressione sui partiti affinché preparino un anticipo una finanziaria da sottoporre alla Ue ancora prima di andare alle urne, magari solo con i fondi per evitare le clausole e senza altre misure particolari. Un onere che spetterebbe ancora al governo Gentiloni, comunque in carica fino all’incarico a un nuovo premier. Il conto alla rovescia è cominciato.

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