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IL FUTURO DI CENTRODESTRA

Silvio Berlusconi archivia Stefano Parisi l'ultimo dei suoi quasi-eredi

Silvio Berlusconi archivia Stefano Parisi l'ultimo dei suoi quasi-eredi

C’è un mestiere che era precario come pochi altri ben prima che cancellassero l’articolo 18. È quello di delfino di Berlusconi, l’eterna illusione di svariati esponenti di centrodestra che proprio ieri ha mietuto l’ultima vittima: Stefano Parisi. A pensarci bene, l’aspetto più paradossale della vicenda non è tanto l’incapacità di Berlusconi di valutare seriamente la possibilità di farsi da parte.

Quanto, piuttosto, l’incredibile cecità di chi, nonostante gli innumerevoli esempi del passato, continua a credere di poter realizzare l’impossibile. Vale a dire farsi scegliere da Berlusconi e poi comandare Forza Italia al posto suo.

È vero esattamente il contrario: Berlusconi si sceglie i successori proprio per evitare che a qualcun altro venga in mente di scalare il centrodestra dall’esterno. Ma, appena i «nominati» esauriscono il loro compito - che il più delle volte è quello di azzerare politicamente i precedenti prescelti - vengono rapidamente accantonati.

Perché Silvio, pur a mezzo servizio e con qualche milione di voti in meno, si ritiene a torto o ragione l’inventore-proprietario del centrodestra in Italia. E, piuttosto che spodestarlo da quella posizione lì, è meglio provare a inventarsi qualcosa di completamente diverso.

Questo tourbillon di presunti eredi rapidamente accantonati ha vissuto due fasi. Nella prima, erano gli aspiranti leader a farsi avanti senza immaginare quanto lunga sarebbe stata l’epopea del Cav. Nella seconda, il cui inizio è coinciso con la nomina di Angelino Alfano a segretario del Pdl, è stato lo stesso Berlusconi a ipotizzare passaggi di consegne che poi non si sono mai realmente concretizzati. Tratto comune di questa fase è stata l’assoluta idiosincrasia per le primarie. Se proprio un successore era necessario, a poterlo scegliere doveva essere esclusivamente Silvio Berlusconi. Sarebbe stato assai difficile, altrimenti, destituire una leadership legittimata dal consenso popolare.

L’elenco dei «quasi eredi» è lungo e comprende i volti più significativi di trent’anni di centrodestra. La parabola di Gianfranco Fini è la più nota ma anche quella che racchiude in sé i tratti comuni di tutte le altre vicende. L’iniziale sintonia («come sindaco di Roma voterei Fini» disse il Cav nel ’94), i primi screzi («siamo alle comiche finali» commentò il leader di An dopo la svolta del «predellino»), la rottura clamorosa («che fai? Mi cacci?») e la sostanziale scomparsa politica del ribelle.

È stato così per Angelino Alfano, defenestrato con l’ormai celebre «non ha il quid». E pure per Raffaele Fitto: «Sei solo il figlio di un vecchio democristiano» gli urlò Berlusconi nel corso di un velenoso ufficio di presidenza. L’unico attacco del quale poi il Cav si sarebbe pentito: Salvatore Fitto, infatti, aveva perso tragicamente la vita quando il figlio, Raffaele, non aveva ancora vent’anni.

Già all’epoca i delfini prematuramente accantonati erano una specie ricchissima di esemplari. Ci aveva fatto un pensierino anche Pier Ferdinando Casini, ma i due che più degli altri ritennero di essere ormai a un passo dalla stanza dei bottoni furono Giulio Tremonti e Roberto Formigoni.

L’ex superministro dell’Economia, un anno dopo la spallata fallita dei finiani, tentò di accreditarsi tanto in ambienti nazionali che internazionali come possibile successore di un Berlusconi ormai in gravissima difficoltà. Negli stessi mesi l’ex governatore della Lombardia, per aver esternato eccessivamente sui giornali sul tema successione di Berlusconi, venne immediatamente convocato ad Arcore. Più che la reprimenda del Cav, però, poterono le inchieste della magistratura sulle relazioni con il faccendiere della sanità Daccò, che di lì a poco avrebbero messo la parola fine alla quarta giunta lombarda guidata dal «Celeste».

C’è poi la lunga casistica dei cosiddetti «civici», un’altra suggestione tipicamente berlusconiana. Non a caso il Cav paventa da anni la nascita di un nuovo partito, l’«Altra Italia», dal quale sarebbero banditi i politici di professione. Categoria per la quale Berlusconi, da imprenditore prestato alle istituzioni, ha sempre provato un malcelato fastidio.

Ebbene, tra i civici «tentati» dal Cavaliere ci sono stati Guido Barilla - patron dell’omonina pasta - e Guido Martinetti, creatore della catena di gelati Grom. Entrambi si dimostrarono però insensibili alle sirene del Cav. Assai più propenso a un futuro politico era invece Giampiero Samorì, uomo d’affari di Modena che si inventò un partito - Moderati italiani inrivoluzione - prima di finire nel dimenticatoio. A lungo il sogno nel cassetto del Cav è stato candidare Guido Bertolaso. Per anni messo sotto scacco dalle inchieste, l’ex capo della Protezione Civile ci ha riprovato quando probabilmente il suo tempo era già finito: non a caso la sua corsa a sindaco di Roma è stata interrotta dallo stesso Berlusconi quando sul candidato era piombato il fuoco incrociato di Salvini e Marchini.

Così, senza tralasciare l’evanescente infatuazione per Mario Monti nel 2012, si arriva ai tempi recenti e agli ultimissimi due aspiranti delfini. Giovanni Toti e Stefano Parisi, messi perfidamente l’uno contro l’altro. Entrambi «calati dall’alto», entrambi sempre in bilico tra l’obbligo morale della fedeltà al padre nobile e la voglia di provare a percorrere la propria strada senza più condizionamenti. Al momento il governatore ligure sembra aver avuto la meglio sul manager sconfitto alle comunali di Milano. Ma su tutti e due aleggia già l’ombra del prossimo sedotto e abbandonato. 

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