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POLITICA & POLEMICHE

Troppi fannulloni Ecco gli onorevoli

Arriva in Aula la proposta del M5s per dimezzare le indennità dei parlamentari. Grillo ai dem: "Votate con noi vi abbraccerò". Oggi protesta in piazza

Troppi fannulloni Ecco gli onorevoli

Camera dei deputati

Ben pagati e pieni di privilegi, cosa ben nota, ma i nostri parlamentari sono anche tanti. Un approfondimento dell’ufficio studi del Senato, del 2011, raffrontò la capienza dei Parlamenti nei vari Paesi dell’Ue a 27, scoprendo che l’Italia si colloca al secondo posto per numero assoluto di componenti. All’epoca dell’indagine, ne contavamo 951 e ora siamo a 950 considerando sempre i Senatori a vita e il saldo tra deceduti e subentrati.

Comunque ci collochiamo sempre dietro al Regno Unito, che ha 1477 parlamentari, e davanti alla Francia (920) e la Germania (691). Un altro dato, tuttavia, ci rende più «virtuosi», si tratta della «densità» dei parlamentari, cioè quanti ne abbiamo ogni 100mila abitanti. In questa graduatoria, siamo 22esimi su 27, con 1,6 parlamentari, classifica guidata (in peggio) da Malta (16,5) cui seguono Lussemburgo (11,7) e Cipro (9,9). Tornando all’Italia, lo studio metteva l’accento sul fatto che gli Stati di dimensione comparabile al nostro «presentano valori non dissimili da quelli Italiani»: 1,4 per Polonia, e Francia, 1,3 in Spagna. Cifre simili, comunque inferiori. La Germania, che ha una popolazione ben più consistente della nostra, presenta invece un tasso di 0,8% parlamentari ogni 100mila abitanti ed è la più virtuosa in questa classifica.

Va detto, inoltre, che quando si applicano delle valutazioni su numero e funzionalità dei parlamentari occorre considerare anche il ruolo delle Camere. In Italia il sistema del bicameralismo perfetto garantisce «pari dignità» nel processo legislativo tra Camera e Senato. Ma come funziona altrove? Su questo punto, fu Roberto D’Alimonte un paio d’anni fa sul Sole 24 Ore a mettere in linea lo stato delle cose, da cui viene fuori, in sostanza come il bicameralismo (tanto più quello paritario) è un modello superato. «La maggioranza dei Paesi dell’Unione Europea (15 su 28) non ha una seconda camera. In altre parole – scriveva D’Alimonte – sono sistemi parlamentari monocamerali. Tra i 13 Paesi che hanno una Seconda Camera solo in 5 Paesi i suoi membri sono eletti direttamente dai cittadini. In Spagna, tra l’altro, una parte dei membri sono designati dalle Comunità Autonome. Tra questi 5 Paesi solo in Italia, Polonia e Romania si può dire che la seconda camera abbia dei poteri legislativi rilevanti. E solo l’Italia ha un sistema parlamentare in cui il senato ha esattamente gli stessi poteri della Camera». Dunque, siamo un unicum.

Ma come funziona negli altri Paesi europei a bicameralismo? Prendiamo alcuni esempi. In Austria, dove c’è una forma di governo semipresidenziale, i membri del Senato (62) rappresentano i lander, e dalla durata del mandato di quest’ultimi dipende quello dei senatori. Il Senato non vota la fiducia. Anche in Germania i componenti del Bundesrat (69) sono designati dai governi del Lander, in proporzione agli abitanti singoli. Anche qui, la «Camera alta non dà la fiducia» al governo tuttavia è decisivo per approvare le riforme costituzionali. Discorso del tutto particolare, poi, per la «Camera dei Lord» inglese, che si compone di rappresentanze della chiesa anglicana ed esponenti della nobiltà in parte su investitura reale, in parte ereditaria. Questa Camera ha in sostanza delle funzioni di controllo sulla House of Commons, che invece è elettiva.

Infine, una nota sul lavoro dei deputati e Senatori. Facendo un rapido conto su Openpolis, il portale che si occupa di trasparenza nell’attività delle Camere, si scopre che in Italia ad aver partecipato ad almeno il 90% delle votazioni è solo l’11,42% dei deputati (72 su 630). Il Senato, invece, è più virtuoso, con il 22,8% (73 su 320). Anche qui è possibile reperire sul tema uno studio comparatistico, del 2010, redatto da alcuni economisti, Tito Boeri (Bocconi), Antonio Merlo (Pennsylvania University) e Andrea Prat (Columbia). Nell’indagine si raffrontavano l’assenteismo dei senatori italiani e quello dei colleghi americani in trent’anni, con un risultato sorprendente: il tasso era del 31,4% per gli eletti tricolore e ben del 3,1% per quelli a stelle e strisce. Esattamente dieci volte di meno. Sempre Antonio Merlo, poi, fece un calcolo sui parlamentari statunitensi che saltano più del 10% delle votazioni. Abbiamo il 4,4% dei membri della Camera dei Rappresentanti e il 4% dei senatori. Ironia della sorte, nell’anno della sua campagna elettorale per diventare Presidente degli Stati Uniti, che affrontò da Senatore, Barack Obama fece poco più del 20% delle assenze. Chiaramente, quando si fa un paragone del genere, va tenuto conto un po’ di tutto, delle differenze di regolamenti, dei contesti, delle specificità dei Paesi. Ma la forbice è talmente ampia da permettere a ognuno di trarre le proprie conclusioni.

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