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Siria, Macron avverte: "C'è il rischio di una guerra civile europea"

Siria, Macron avverte: "C'è il rischio di una guerra civile europea"

Fascinazione illiberale, autoritarismo, guerra civile. L’Europa sta vivendo un periodo che «non possiamo fingere che sia normale», in cui «guadagna terreno l’idea che la democrazia è condannata all’impotenza». Senza «risposte chiare e forti», senza integrazione, riforme e una maggiore solidarietà, la stessa idea di Unione è destinata a naufragare. Il discorso della Sorbona è lontano, così come il profilo del Partenone di Atene, dove a inizio settembre Emmanuel Macron pronunciò un discorso visionario sul futuro della Ue. Alla plenaria del Parlamento europeo, il presidente francese consegna al contrario un intervento a tratti cupo, di certo molto più realista. Non c’è solo un disegno per l’Europa che verrà come ci si aspettava alla vigila, ma un campanello d’allarme, un vero e proprio richiamo a serrare le fila. E una appassionata difesa della democrazia liberale. «L’idea che guadagna terreno in Europa, secondo la quale la democrazia sarebbe condannata all’impotenza - esordisce il presidente francese - è un’idea che rifiuto, perchè di fronte all’autoritarismo che ci circonda dappertutto, la risposta non è la democrazia autoritaria, ma l’autorità della democrazia». «Serve una nuova sovranità europea», «sono necessarie risposte chiare e ferme» ripete Macron, «per dimostrare che sappiamo proteggere i nostri cittadini: in questo momento la democrazia europea, lo credo profondamente, è la nostra chance migliore, il peggiore degli errori sarebbe abbandonare il nostro modello, la nostra identità, la democrazia rispettosa dell’individuo, delle minoranze, dei diritti fondamentali». «Viviamo un contesto di divisioni e di dubbi, emerge una forma di guerra civile europea, i nostri egoismi nazionali appaiono più importanti di quello che ci unisce, una fascinazione illiberale aumenta ogni giorno», continua Macron attaccando il revanscismo neo nazionalista che sta avanzando nell’Europa dell’Est e il populismo euroscettico che cresce in seno ai paesi di lunga tradizione europeista, compresa la Francia o l’Italia. Progetti che «propongono una strada senza ritorno per tornare alle spaccature nazionaliste di ieri». «È comodo eccitare il popolo», ma «non è il popolo che ha abbandonato l’idea europea. È il tradimento dei chierici che la minaccia».

Non siamo la generazione che ha vissuto la guerra, continua ancora il presidente francese, ma «rischiamo di diventare la generazione dei sonnambuli, che si sta permettendo il lusso di dimenticare quello che i predecessori hanno vissuto». Per scongiurare la paralisi bisogna lavorare da qui al 2019 almeno su quattro punti chiave, ripete: in primo luogo la questione immigrazione. «Entro la fine della legislatura dobbiamo sbloccare il dibattito avvelenato sui migranti, sulla riforma di Dublino e la relocation», dice Macron che che propone un programma europeo per finanziare le comunità locali che accolgono e integrano i rifugiati«. E poi rilanciare la Web Tax per finanziare in autonomia il futuro bilancio europeo e proseguire sul progetto delle università europee e l’ampliamento del programma Erasmus. Ma soprattutto, aggiunge, non bisogna arretrare sulla riforma dell’Eurozona. È necessario completare l’unione bancaria, aggiunge Macron guardando ad Berlino dove le forze politiche tedesche stanno frenando se non addirittura indietreggiando rispetto al rilancio dell’unione economica che doveva essere il cuore della road map disegnata da Francia e Germania e che si è trasformata nella dimostrazione plastica dello stallo. Macron si infiamma infine sulla Siria e risponde alle critiche degli europarlamentari che contestano i raid condotti da Francia, Gran Bretagna e Usa, rivendicando l’attacco dello scorso fine settimana. »Non abbiamo dichiarato guerra a nessuno«, ma »abbiamo solo salvato l’onore della comunità internazionale«, dice. La reazione dell’aula all’intervento a più riprese di Macron è moderata, se non addirittura tiepida. Lo stesso presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker esordisce con un caloroso »la Francia è tornata«, ma poi aggiunge che l’Europa non »è solo Parigi e Berlino. Siamo 28, domani 27 e affinchè il motore funzioni ci vuole anche l’apporto degli altri«, dice. »La democrazia è ben più di una riunione tra Merkel e Macron, la vera democrazia non è dividere gli europei in buoni e cattivi: io rispetto le decisioni degli elettori in qualunque posto avvengano, la definisco l’Europa democratica«, aggiunge il capogruppo del Ppe Manfred Weber, che nei giorni scorsi aveva dato il suo entusiastico appoggio al neo eletto premier ungherese Viktor Orban. Alla fine di una lunga mattinata (tre ore tra intervento, dibattito e repliche) metà dell’aula applaude in piedi il presidente francese. La fetta di emiciclo che ospita le forze meno europeiste congeda Macron con un eloquente silenzio.

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