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L'EDITORIALE

Carta canta
La verità sulla malaria

Giornalisti e associazioni contro Il Tempo per il titolo di ieri. Ma la nostra denuncia è scritta nero su bianco dal ministero della Salute

Carta canta. La verità sulla malaria

Cari lettori, perdonateci se perdiamo tempo a rispondere a quanti ci hanno trascinati in una piccola bufera, tra il patetico, il ridicolo e il giudiziario, per via del nostro titolo di ieri: «Ecco la malaria degli immigrati». Un pool di associazioni e siti ben orientati ha dato mandato ai legali di valutare - tenetevi forte - la possibile presentazione di un esposto-denuncia alla magistratura. Secondo lor signori i reati da contestare alla nostra testata sarebbero due: l’aver violato la legge 25 giugno 1993, n, 205, che «sanziona e condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista e aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi e nazionali». E poi l’articolo 658 del codice penale (procurato allarme).

Insomma, agli occhi dei maestrini del giornalismo e dei professoroni di diritto umanitario saremmo non solo razzisti (ma questo ce lo dicevano prima dello sgombero, minacciandoci, anche i lord extracomunitari del palazzo okkupato di via Curtatone) bensì squadristi e ovviamente ciarlatani. Con toni meno barricaderi, ma comunque fermi nella condanna dei «titoli da caccia all’untore», si sono espressi l’Ordine dei giornalisti e la Federazione nazionale della stampa. Capiamo la voglia di rivalsa e di visibilità di certe organizzazioni umanitarie uscite malconce dal braccio di ferro sulle Ong col ministro Minniti. Capiamo meno (anzi lo capiamo benissimo) l’ottusità ideologica di certi colleghi che straparlano senza aver letto una riga di ciò che contestano. Ci spieghiamo. Il titolo di ieri può piacere o non piacere, può irritare certi webeti e i soloni del politicamente corretto epperò riporta una verità inattaccabile, documentata scientificamente, riscontrata per tabulas dalla nostra Grazia Maria Coletti incaricata di occuparsi del caso della bambina morta per malaria. Cosa ti ha combinato la Coletti? Ha fatto quel che qualsiasi ragazzotto appena uscito dalle scuole di giornalismo dovrebbe fare: è andata a cliccare sul sito del ministero della Salute per trovare informazioni ufficiali sulla malaria in Italia. E cosa ha scoperto la cronista del Tempo? Quello che avete letto nel titolo, nel catenaccio, nei sommari e soprattutto negli articoli di ieri che nessuno dimostra di aver letto. E cioè che stando a quanto riportato nella circolare del 27 dicembre 2016 (che pubblichiamo integralmente) nell’intero ammontare dei 3.633 casi di malaria notificati nel nostro Paese dal 2011 al 2015, la stragrande maggioranza (l’80 % secondo il ministero) riguarda immigrati giunti qui per la prima volta o tornati dopo un soggiorno nella loro terra d’origine.

Dunque, cari colleghi: anziché scomodare la propaganda nazista del giornalista-gerarca Joseph Goebbels, andatevi a leggere anche voi la circolare e suggeriteci un titolo. Sennò ci vedremo in tribunale con una testimone d’eccezione: la ministra Beatrice Lorenzin. In quest’Italia neo guelfa e neo ghibellina ogni pretesto è buono per aizzare la canea, per scatenare i follower. Nel Paese dove il pensiero unico procede a rullo compressore, coltivare una verità sgradita diventa masochistico atto di insubordinazione, e per questo degno di anatemi feroci. E spiace vedere come nella trappola sia caduta anche una figura autorevole come Enrico Mentana, che su Facebook in modo garbato ha definito il nostro titolo lontanissimo dalla verità e incitante, nei lettori, brutti pensieri.

A quanti vogliono metterci il bavaglio vorremmo suggerire, per la prossima volta, di andare oltre il titolo. Perché ieri bastava leggere il «catenaccio» - che per i non addetti ai lavori è la riga di spiegazione subito sotto il titolo - per capire come il legame malaria-immigrazione fosse estrapolato da statistiche ufficiali, supportato dalle relazioni del ministero della Salute, per nulla frutto di una campagna d’odio contro i poveri neri.

Non genera buoni sentimenti vedere un’immigrazione senza controllo portatrice sana di malattie debellate o di casi come la scabbia e la tubercolosi di cui parlano i poliziotti di frontiera nelle loro relazioni. Come non genera emozioni forti assistere agli spasmi dell’altro grande ammalato, mangiato da metastasi in moltiplicazione: la libertà di stampa. Poco male per questa probabile denuncia alimentata dall’odio ideologico. Ci difenderemo. Quel che ci preoccupa è il tendersi di un filo sottile, e tagliente, volto a dividere il mondo del giornalismo e della cultura in buoni e cattivi, in cui traspare, dai contenuti sempre più netti, una sorta di immunità morale per qualsiasi ostilità contro i secondi. Dov’erano lor signori quando la nostra Musacchio veniva aggredita nelle sue inchieste sulle moschee illegali? Dov’erano costoro quando l’imam di Bari, giusto l’altro giorno, intervistato da una giornalista a capo coperto di Repubblica Tv lanciava una fatwa, esponendoli a pericoli mortali, contro i giornalisti Facci e Magdi Allam? Potremmo citare milioni di esempi del genere per dimostrare ciò che è sotto gli occhi di tutti: il concetto determinista di libertà, secondo cui essa vale soltanto fin quando è funzionale alla causa pauperista e multiculturale. Altrimenti, non vale più. Per dire. Tra i firmatari dell’appello per valutare l’idea di trascinare il Tempo in tribunale c’è un sito, a noi sconosciuto, in cui campeggia in homepage un articolo di Roberto Natale portavoce della Presidente della Camera Laura Boldrini, che peraltro si firma come ex presidente della Fnsi, quasi a nascondere il suo attuale ruolo istituzionale. Nel pezzo, il caro collega, si lamenta della differenza di trattamento mediatico tra italiani e stranieri, a scapito di quest’ultimi, nei titoli e negli articoli che parlano di reati commessi. E cita, a sproposito, i giornali che non hanno messo in prima pagina la notizia dell’italiano picchiato a morte fuori da una discoteca: noi, purtroppo per lui, non siamo fra questi.

Insomma, la «famiglia» culturale è quella lì. I razzisti siete voi. Pensate a rispettare il nostro lavoro e smettetela con queste nazidiozie spacciate per tutela dei diritti. Il trucco l’abbiamo capito: volete ridurre a tabù la descrizione di come sta cambiando il nostro Paese a causa di un afflusso così forte di immigrati. Se immigrazione vuol dire anche stupri, insorgenza di malattie vecchie e nuove, rivolte nei Cara, risse, criminalità, noi lo racconteremo perché facciamo cronaca andando sempre oltre la notizia. Questo è il nostro lavoro. Questo è il nostro dovere. E adesso andateci a denunciare.

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Commenti

  • 07:07, 07 Settembre 2017

    Bravissimi

    Grandiosi! Bellissima risposta a sta gente ignorante!

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