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BOTTE MORTALI

Omicidio Alatri, presi due del branco: sono i fratelli Mario Castagnacci e Paolo Palmisani

Altre 5 persone indagate. La dinamica poco chiara, il procuratore: "C'è ancora molto da investigare"

Omicidio Alatri, presi due del branco: sono i fratelli Mario Castagnacci e Paolo Palmisani

L'ingresso del circolo Mirò ad Alatri (foto Claudio Papetti - Ciociaria Oggi)

Due fratelli, Mario Castagnacci e Paolo Palmisani, italiani di 26 e 19 anni, sono stati fermati a Roma per l'omicidio di Emanuele Morganti. I due sono detenuti a Regina Coeli con l'accusa di omicidio volontario: quando i carabinieri li hanno trovati, in casa di una parente, i due non hanno opposto alcuna resistenza al fermo. Hanno precedenti legati al traffico e allo spaccio di droga e secondo gli inquirenti sarebbero stati loro ad aggredire Emanuele con colpi tali da fracassargli il cranio e rompergli le vertebre cervicali.

Dubbi su moventi e complici
Chi indaga è anche convinto che altre persone abbiano avuto un ruolo nella tragica fine di Emanuele, e che al pestaggio del ventenne non abbia preso parte l'uomo ubriaco, anche lui italiano, con cui il ragazzo ha avuto un diverbio al bancone del bar del locale, pochi minuti prima di essere cacciato e abbandonato in piazza, in balia dei suoi aggressori.

Le indagini sono lontane dall'essere concluse e tra i tasselli fondamentali che mancano per ricomporre ogni aspetto dell'omicidio c'è il movente: una delle ipotesi è che i due fermati abbiano ridotto in fin di vita il giovane per dare "una prova di forza", spiega il procuratore capo di Frosinone Giuseppe De Falco, per dimostrare, nella piazza centrale di alatri, la loro violenza criminale. Restano però tanti dubbi: innanzitutto sul coinvolgimento delle altre persone indagate, al momento cinque, tra le quali ci sono alcuni dei buttafuori del locale Mirò, sequestrato dopo la tragedia.

L'altra incognita è legata al nesso tra il pestaggio e il diverbio avuto dieci minuti prima da Emanuele al bancone del locale dove, nel fare la fila per chiedere un cocktail, il giovane ha discusso con l'uomo, ubriaco. I buttafuori hanno cacciato Emanuele dalla discoteca, senza dir nulla all'ubriaco, e poco dopo esser uscito, il ragazzo è stato aggredito un prima volta. Poi è fuggito, forse è stato seguito, e qualche minuto dopo è tornato nei pressi del Mirò, dove probabilmente voleva ricongiungersi con la fidanzata. A quel punto è stato colpito di nuovo, questa volta forse con un arnese di ferro mai trovato, che ne ha determinato la morte. "Una vicenda di una gravità spaventosa perché per motivi banalissimi si è arrivati alla drammatica morte di una persona assolutamente perbene", dice il procuratore De Falco che non nasconde i dubbi ancora presenti in un'indagine "che è solo all'inizio".

Sono diverse e con differenti livelli di responsabilità le persone le cui posizioni sono ancora al vaglio degli inquirenti. Di testimoni ce ne erano tanti, ma dolore, rabbia e paura contribuiscono a creare molta confusione nelle ricostruzioni: nei dettagli forniti dagli amici della vittima, e dalla sua fidanzata restano alcune discrepanze dettate probabilmente dall'emotività, dallo strazio di chi conosceva Emanuele, e ha assistito al suo omicidio, e forse dal terrore di ritorsioni. Gli inquirenti, chiedono a chi a visto di testimoniare, vogliono fare chiarezza sul numero e le identità degli aggressori, ma anche sulla posizione di quei responsabili della sicurezza del locale, che dopo il diverbio con l'avventore ubriaco, hanno trascinato fuori il giovane lasciandolo in balia, senza neanche provare a difenderlo, di chi l'ha ucciso.

La fidanzata: "Erano come bestie"
"Quando ci hanno sbattuto fuori dal Mirò club e quelli hanno incominciato a picchiare Emanuele, io ho cercato di tirarlo via, ma quelli erano troppo forti. Me l'hanno strappato dalle mani e mi hanno scansato via. Non riesco a credere che fossero così feroci, sembravano delle bestie". Così Ketty Lisi, la fidanzata della vittima, racconta il momento del pestaggio in un'intervista alla Stampa. Poi c'è la ricostruzione contenuta nella richiesta di convalida del fermo avanzata dalla Procura di Roma al gip nei confronti di Mario Castagnacci e Paolo Palmisani. "Mentre io e il mio ragazzo eravamo intenti a consumare un drink al banco - ricorda Ketty - verso le 2.10 ad un tratto si è avvicinato un ragazzo di nazionalità straniera, letteralmente ubriaco, il quale ballava al centro della sala e dava fastidio un po' a tutti. Ad un tratto si è avvicinato al banco e ha cominciato a dare fastidio alla ragazza del bar per poi avvicinarsi al mio ragazzo spintonandolo, il mio ragazzo ha reagito e lo ha allontanato. Subito è intervenuto un suo amico sempre straniero il quale lo ha aggredito con calci e pugni e immediatamente vedevo che interveniva un ragazzo del personale buttafuori, vestito di scuro, che ha cominciato dapprima a dividere il mio ragazzo dagli aggressori per poi urlare una frase al banco al banco per fare intervenire un altro buttafuori. I quali - è il ricordo della giovane - sono intervenuti in tre ma l'aggressione è degenerata in quanto ho visto che invece di dividere i litiganti hanno cominciato a picchiare con calci e pugni Emanuele, costringendolo in un angolino vicino a una colonna dove l'ho visto accasciato a terra e poi lo hanno portato fuori dal locale con la forza".

Il dolore e il lutto cittadino
Oggi, ad Alatri è stata una giornata di lutto cittadino e alle 11 è stato osservato un minuto di silenzio in ricordo della vittima. Domani, dalle 19, si terrà la marcia promossa da Comune di alatri "contro ogni forma di violenza - si legge nell'ordinanza della sindaco - e per esprimere la vicinanza della città al dolore della famiglia di Emanuele". Il ragazzo è morto domenica, dopo quasi due giorni di agonia, in un letto del policlinico Umberto I di Roma. È arrivato in elisoccorso al policlinico della capitale la notte tra venerdì e sabato, in condizioni già disperate. Subito è stato sottoposto a un intervento chirurgico per provare a ridurre le lesioni alla testa causate dai colpi ricevuti. L'operazione non è bastata a salvargli la vita e, quando è arrivata la fine, i suoi genitori hanno dato il consenso alla donazione degli organi.

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