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Vile agguato a Bologna nel quartiere Pilastro

Il fuoco dei killer ha ucciso tre carabinieri Una testimone ha descritto la dinamica del blitz

BOLOGNA - Un diluvio di proiettili di pistola e di mitra ha troncato ieri sera, in pochi istanti, la vita di tre giovani carabinieri in servizio di perlustrazione, a bordo di una Fiat Uno con i contrassegni dell’Arma, nel quartiere di Pilastro, alla periferia di Bologna.Un agguato in piena regola, concepito e realizzato con la fredda determinazione di uccidere. Niente si sa per ora sull’identità dei criminali, niente sul movente delal strage, solo la spietata freddezza degli aggressori che fa pensare a una posta molto grossa. Specie nel contesto di una città che negli ultimi giorni è stata teatro di altri quattro omicidi eseguiti con identica ferocia: l’aggressione al campo nomadi di via Gobetti e la tentata rapina al distributore di benzina di Castelmaggiore. L’agguato è avvenuto alle 21,50 all’incrocio tra via Casini e via Svevo, nei pressi di un accampamento di nomadi.I tre carabinieri, erano tutti intorno ai venti anni: due, Andrea Moneta e Otello Stefanini, erano di Roma e abitavano rispettivamente in piazza della Minerva 38 e in via Furio Camillo 41; il terzo, Mauro Mitilini, era di Casoria (Napoli). In prossimità dell’incrocio sembra che gli assassini, per bloccare la macchina, abbiano messo di traverso sulla strada alcuni cassonetti per l’immondizia. Non appena la Uno si è fermata sono arrivate le scariche mortali. Dei tre militi solo uno ha avuto il tempo di estrarre la pistola e di esplodere qualche colpo. L’autista è rimasto fulminato al posto di guida, mentre gli altri due hanno aperto le portiere e sono crollati sull’asfalto. Stando a una prima ricostruzione, l’assalto sarebbe partito dagli occupanti di un’auto che probabilmente seguiva quella dei carabinieri. Poco dopo, a qualche chilometro di distanza, nella zona di S. Lazzaro di Savena, è stata trovata una Fiat Tipo bianca in fiamme con sulla carrozzeria alcuni fori di proiettili. Secondo gli inquirenti potrebbe essere l’auto usata dagli assassini per l’agguato. La caccia agli assassini sino a questo momento non ha dato alcun esito. Il feroce massacro di ieri sera è solo l’ultimo episodio di una ormai lunga teoria di delitti che insanguina la città: nel bolognese vennero uccisi altri due carabinieri nell’aprile del 1988. Cataldo Stasi ed Umberto Erriu durante un normale servizio di pattuglia furono crivellati di colpi a Castelmaggiore. La zona del Pilastro dove è avvenuta la sparatoria di ieri sera è quella dove nel settembre scorso si rischiò una strage. Un gruppo di extracomunitari che dormiva in alcune auto davanti a una scuola trasformata in un centro di accoglienza, fu assalito con bombe molotov e taniche di benzina. Gli extracomunitari si salvarono perché qualcuno dei loro compagni diede l’allarme. Gli episodi di criminalità sono poi proseguiti nel mese di dicembre con il secondo assalto ad un campo di nomadi, quello di via Gobetti, dove il 23 dicembre furono uccise due persone. Alcuni giorni fa infine la rapina ad un distributore di benzina a Castelmaggiore finita con la morte di due uomini innocenti.

SONO I KILLER DELLA UNO BIANCA

BOLOGNA - Un tappeto di fiori circoscrive il luogo dell’agguato di poche ore fa, in via Casini, al Pilastro. Un lenzuolo bianco, intriso di sangue, giace dimenticato dietro i cassonetti della nettezza urbana, forse usati come barricata mobile dagli assassini di Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta. Un blindato blu dei carabinieri presidia il luogo del martirio; due militari sembrano quasi montare la guardia al fascio di rose rosse con il nastro bianco e la scritat in oro: «Coordinamento immigrati CGIL - Immigrati scuola Romagnoli», ai lilium sui quali c’è soltanto un foglietto giallo con scritto «113»; alla bottiglia di spumante e al panettone corredati da una tavoletta sulla quale hanno scritto: «La vita continua». Sono la testimonianza di un quartiere «ad alta densità criminale», di questo Bronx bolognese, come l’hanno ribattezzato. Il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti tiene vertice in Prefettura con il comandante generale dei Carabinieri Antonio Viesti, il capo della polizia Vincenzo Parisi, autorità e investigatori locali e romani. Ancora non ci sono certezze e Scotti avanza la prima ipotesi: «È stata un’azione diretta a uccidere. Non si deve dimenticare che l’Arma dei Carabinieri aveva concluso nei giorni scorsi una importante operazione, spezzando così un circuito micidiale. E tutto era partito dai carabinieri di Bologna». Nel corso dell’operazione a Natale, furono sequestrati 30 chili di eroina e nel conflitto a fuoco, uno dei trafficanti fu ucciso e un carabiniere ferito. Senza entrare in particolari che riguardano le indagini, per non offrire vantaggi agli assassini, Scotti ha escluso che l’omicidio dei tre carabinieri sia stato concepito come rappresaglia nei confronti dell’Arma, dopo la pubblicazione dei documenti del «piano Solo» e le vicende legate al colpo di Stato ideato dal generale De Lorenzo. Le autorità vanno a portare il loro cordoglio ai parenti delle vittime, ospitati nel circolo ufficiali della caserma dei carabinieri di via dei Bersaglieri. La madre di Otello Stefanini è assistita da un medico perché ha avuto un collasso. Il cugino dell’ucciso racconta: «Otello non voleva tornare a Roma, si trovava bene lui a Bologna». E bene si trovava anche Andrea Moneta. «Ce l’hanno con Bologna» dice la zia di Mauro Mitilini che se la prende anche con il Governo, colpevole di «non fare abbastanza per chi lo serve». Gli investigatori e il magistrato Inquirente, il sostituto procuratore Alberto Candi, cercano di capire, di spiegare, di ricostruire. «Anche Bologna deve fare la sua parte - dice il procuratore Generale Mario Forte -. Una cosa è certa: da oggi anche a Bologna la vita umana vale un po’ meno». Proprio dal Pilastro, dove la non collaborazione con la polizia è norma, arrivano testimonianze preziose sull’orrore dell’altra sera. Non danno un volto agli assassini, ma aiutano a capire e forse a decifrare tanta ferocia, in un crescendo che sembra inarrestabile, dal 20 settembre, quando, furono lanciate bottiglie incendiarie contro la scuola Romagnoli, eletta a dormitorio dagli extracomunitari. Da allora una serie di efferati delitti, contrassegnati dal periodico ritorno di una «Uno» bianca. Una macchina di quel tipo ha richiamato l’attenzione di Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini, in servizio di vigilanza saltuaria, per prevenire altri episodi di razzismo, proprio davanti alla scuola Romagnoli. La «Uno» bianca diventa cosi la battistrada della morte. I tre carabinieri la considerano sospetta e la seguono, Stefanini al volante, Moneta a fianco, Mitilini dietro. Via Casini, incroci con via Ada Negri, la biblioteca comunale. Una «Ritmo» o forse una «Golf», la testimone non ha visto bene, si stacca dal marciapiedi, affianca la vettura dei carabinieri ed è l’inferno. Sono le 21,45. Stefanini cade subito, Moneta e Mitilini abbozzano una reazione. Soprattutto il secondo che spara l’intero caricatore della pistola mitragliatrice «M12».

Nel frattempo, la «Uno» bianca, con una rapida manovra, torna indietro e conclude il massacro. L’automobile gia divenuta una bara salta sul marciapiede e finisce contro i cassonetti della nettezza urbana. Proiettili fuori bersaglio li raggiungono, altri frantumano i vetri di finestre distanti duecento metri, ammaccano un palo metallico dell’illuminazione. «Sparavano tutti - dice la testimone preziosissima - anche i carabinieri. Poi quelli sono scappati ed è stato il silenzio» (...).

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