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CRONACHE DI FINE LEGISLATURA

Le primarie di Grillo e Di Maio non sono peggio di quelle del Pd

Le primarie di Grillo e Di Maio non sono peggio di quelle del Pd

Luigi Di Maio parla in un comizio davanti a Roberto Fico, Beppe Grillo, Carlo Sibilia e Alessandro Di Battista (LaPresse)

Luigi Di Maio si appresta a diventare candidato premier e capo politico del MoVimento 5 Stelle attraverso delle primarie che si annunciano come una farsa. A “contendergli” la vittoria saranno infatti sette esponenti semisconosciuti del movimento di Grillo, che dal Partito Democratico hanno già affettuosamente definito i “sette nani”.

Eppure chi oggi critica le primarie dei pentastellati dovrebbe fare un esercizio di memoria. Quando Romano Prodi inaugurò la stagione delle consultazioni popolari, nel 2005, non si trattò forse di una competizione indirizzata fin dall’inizio? Chi erano, in fondo, gli sfidanti del professore alle primarie dell'Unione? Qualche big dell’epoca del Pd come D’Alema, Veltroni o Rutelli? No. In quel caso gli avversari erano rappresentanti di partiti minori, da Bertinotti a Mastella, da Di Pietro a Pecoraro Scanio. Risultato, Prodi prese il 74%.

Walter Veltroni, due anni dopo, collezionò addirittura un risultato più rotondo, il 76%. E d’altronde, a sfidarlo per la segreteria del Pd c’erano personaggi all’epoca non proprio di prima fila come Rosy Bindi ed Enrico Letta oppure outsider come Mario AdinolfiPier Giorgio Gawronski.

E’ colpa del vincitore designato se per sfidarlo non si fanno avanti i big del partito? Siamo sicuri che se non fossero stati certi di andare incontro a una disfatta i vari ortodossi Roberto Fico, Nicola Morra o Barbara Lezzi avrebbero ugualmente contestato le regole senza provare a sfruttarle a proprio vantaggio?

Certo, si potrebbe obiettare: queste primarie sono state costruite fin dall’inizio per far vincere Luigi Di Maio. Persino sui giornali la comunicazione del MoVimento ha selezionato le interviste per evitare che qualcuno potesse oscurare il premier in pectore. E’ vero. Ma, ripeto, siamo sicuri che altrove non funzioni così? Abbiamo già dimenticato le ultime primarie per la segreteria del Pd, compresse da Renzi in pochissimi mesi per impedire alle opposizioni interne di organizzarsi? E, volendo guardare anche al centrodestra, vogliamo proprio citare le ridicole “bertolasarie” con unico candidato in vista delle elezioni per il Campidoglio?

La verità è che le primarie, che pure hanno avuto qualche merito in passato, oggi sono semplicemente il risultato di due perversioni della politica: incapacità e finzione.

Incapacità perché rimettere ogni scelta nelle mani dei propri elettori significa correre sempre dietro ai sondaggi senza riuscire più a “guidare” il proprio popolo. Significa piegarsi agli istinti bassi delle masse rinunciando a elevare il dibattito.

Finzione perché, il più delle volte, si dà la parola ai cittadini solo per far confermare quello che si è già deciso, costruendo tutte le condizioni possibili per un plebiscito e addirittura rovesciando il tavolo se le cose non vanno come previsto, vedi il caso Cassimatis alle primarie dei 5 Stelle a Genova.

Gli stessi cittadini, consapevoli del meccanismo, hanno cominciato a disertare in massa questi appuntamenti. Le primarie nazionali del Pd, un tempo “battezzate” da oltre 4 milioni di persone, oggi stentano ad arrivare alla metà dei partecipanti. A quelle on line di Grillo, quando va bene, partecipano poche migliaia di internauti.

Le primarie hanno smesso da tempo anche di rappresentare un volano per la candidatura dei vincitori. Francois Fillon e Benoit Hamon, trionfatori delle competizioni interne ai gollisti e ai socialisti, non sono neanche arrivati al ballottaggio delle presidenziali francesi. Il “trionfo” di Matteo Renzi alle ultime primarie per la segreteria del Pd sta coincidendo con una discesa costante del partito nei sondaggi e sempre più esponenti democratici si chiedono se non sia il caso di scegliere un altro portabandiera per le elezioni, da Paolo Gentiloni a Marco Minniti.

Da un MoVimento innovativo come quello di Grillo ci si sarebbe aspettati un gesto davvero dirompente, l’uscita da questa ambiguità. Si è scelto invece di proseguire nell’ipocrisia e far finta che l’ingessato Di Maio sia il candidato del popolo. E’ una presa in giro, ma chi è senza peccato...

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