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Il Quatar fa proseliti. Ora anche la Formula Uno censura i piloti: "No a dichiarazioni politiche"

Le censure dell'organizzazione dei Mondiali in Qatar? Fanno proseliti. Ora anche la Fia, infatti, ha deciso di vietare ai piloti di F1 di fare «dichiarazioni politiche, religiose e personali» senza previo consenso. È stato vietata l’esibizione di «dichiarazioni politiche, religiose e personali» da parte dei piloti di F1, salvo approvazione della Fia.

Nelle ultime stagioni, piloti del calibro di Lewis Hamilton e Sebastian Vettel lo hanno fatto per evidenziare argomenti e problemi. Hamilton e Vettel hanno principalmente cercato di affrontare l’uguaglianza e le questioni relative all’ingiustizia sociale: Hamilton ha indossato magliette con scritto «Arrestare i poliziotti che hanno ucciso Breonna Taylor» e «Black lives matter». Vettel è stato precedentemente rimproverato per non aver rimosso una maglietta per i diritti LGBTQ + e all’inizio di quest’anno è caduto in fallo contro le autorità canadesi mostrando un messaggio «Stop mining sabbie bituminose».

  

La Fia ha emesso un codice sportivo internazionale aggiornato, che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2023. «Il mancato rispetto delle istruzioni della Fia in merito alla nomina e alla partecipazione di persone durante le cerimonie ufficiali a qualsiasi competizione valida per un campionato Fia sarà ora considerata una violazione del regolamento».

La maggior parte delle infrazioni del Codice Sportivo Internazionale può portare a punizioni fino ad essere esclusi da una gara e multe di euro 250.000, sebbene non siano state emesse linee guida per queste specifiche infrazioni. La nuova regola (12.2.1.n) afferma: «Il fare e l’esibizione in generale di dichiarazioni o commenti politici, religiosi e personali, in particolare in violazione del principio generale di neutralità promosso dalla Fia ai sensi del suo Statuto, salvo previa approvazione scritta della Fia per le competizioni internazionali, o dalla Asn competente per Competizioni Nazionali di loro competenza».

La Fia continua ancora a promuovere i propri statuti, che sono contro la discriminazione di chiunque, basata su «razza, colore della pelle, genere, orientamento sessuale, origine etnica o sociale, lingua, religione, opinione filosofica o politica, situazione familiare o disabilità».