Quando i fondisti azzurri fecero la Storia
Dai pionieri Nones e De Zolt alle vittorie di Stefania Belmondo Cnquant'anni di successi italiani nella disciplina più dura dello sci
Mai un'eccezione dal 1924, anno dei primi Giochi invernali. Il dato è fortemente rimarcato dalla bibbia olimpica firmata negli Stati Uniti da David Wallechinski: a partire dal battesimo celebrato sulle nevi di Chamonix, fino all'Olimpiade di Grenoble del 1968, mai un titolo dello sci di fondo era sfuggito agli specialisti del settentrione europeo, Svezia, Norvegia e Finlandia. Che a profanare la sacralità del rito nordico quadriennale fosse un italiano non era tra le prospettive ipotizzabili. Terzo di otto figli nella val di Fiemme, pastore e falegname in adolescenza, ciclista d'ambizioni modeste, arruolato nelle Fiamme Gialle, Franco Nones entrò ventisettenne nella storia dello sport il 6 febbraio 1968 sui tre giri del tracciato francese sulla classica di 30 km a cronometro, primo evento dei Giochi appena aperti dalla dichiarazione di Charles De Gaulle. «Partii a razzo. Quando a metà gara raggiunsi e superai Gjermund Egger, norvegese, tre medaglie d'oro ai Mondiali, il gioco mi sembrò fatto. Ma l'avversario più pericoloso l'avevo a fianco: Eero Mäntyranta, finlandese, sette medaglie in quattro edizioni olimpiche, un museo intitolato a suo nome». Un attacco a tre chilometri dall'arrivo chiuse la gara a favore dell'italiano, quasi un minuto sul norvegese Odd Martinsen, il finnico, sfiancato, terzo al traguardo. A Grenoble, l'apoteosi di Nones fece il paio con l'affermazione della bolzanina Erika Lechner nello slittino e con il doppio trionfo nel bob di Eugenio Monti. Passarono venti anni da quella vittoria prima che lo sci di fondo nazionale approdasse ad un podio olimpico. Accadde a Calgary ad opera di Maurilio De Zolt. Iridato nel 1987 a Oberstdorf, il bellunese colse un magnifico secondo posto sulla 50 km, ripetendo l'exploit sull'identica distanza, quarantunenne, quattro anni dopo, ad Albertville. Quell'edizione dei Giochi invernali, la prima disputata dopo la caduta del Muro di Berlino e ultima organizzata in concomitanza stagionale con l'Olimpiade estiva, fece da sigla di apertura ad un lungo periodo in cui il fondismo azzurro dettò spesso legge. Con De Zolt primeggiarono Marco Albarello, argento sui 10 km e nella staffetta 4x10, Giorgio Vanzetta, terzo sui 10 e 50 km e argento in staffetta, e soprattutto uno scricciolo alto 1.58 nato nel 1969 a Vinadio a nome Stefania Belmondo, cuore e polmoni immensi, spinta nervosa sulle racchette, trionfo sui 30 km a tecnica libera, secondo posto sui 10 km e terzo nella 4x5 km. Una storia infinita, quella della piemontese, segnata da una lotta serrata alle corruzioni e alle ipertrofie biologiche del doping, logorata da lunghi calvari fisici, parzialmente interrotti tra Lillehammer 1994 e Nagano 1998 con la conquista di altri quattro piazzamenti di rilievo e da una chiusura dell'attività siglata nel 2002 a Salt Lake City, dieci anni dopo Albertville, con un altro oro, un argento, un bronzo. Un primato, un totale di 10 medaglie olimpiche, 4 titoli mondiali e 35 titoli italiani. Dopo Albertville, toccò nel '94 a Lillehammer. Per l'Italia, un'affermazione collettiva. Nativa di Paluzza, piccolo centro della Carnia, in attesa di scalare nel 1999 i vertici del CIO, di raggiungere nel 2003 la sommità dell'Everest, di entrare nel 2006 a Montecitorio da parlamentare di Forza Italia, agendo contemporaneamente da balia al fratello Giorgio di nove anni minore, Manuela Di Centa fece rapina di medaglie, cinque in cinque gare disputate, e vittorie sui 15 km a tecnica libera e sui 30 a tecnica classica. A completare il quadro, e da archiviare tra i massimi dello sport nazionale, il sorprendente successo del quartetto azzurro sugli strafavoriti specialisti norvegesi sul rovente filo d'arrivo della staffetta 4x10 km: Albarello, Vanzetta, De Zolt, uno strepitoso Silvio Fauner nell'ultima frazione, passo dietro passo a fianco di Bjørn Daehlie, vittoria in fotofinish su un atleta unanimemente considerato il più forte fondista di tutti i tempi (otto titoli olimpici e nove mondiali!). Quattro anni dopo, a Nagano, i nordici pareggeranno il conto, prevalendo con un distacco millimetrico sugli italiani. I Giochi del 2002, ospitati a Salt Lake City, furono archiviati per aver messo in luce, uno sull'altro, i casi di doping più clamorosi mai registrati nella storia olimpica. Vincitore di tre medaglie d'oro sui 10, 30 e 50 km, lo spagnolo d'origine tedesca Johann Mühlegg venne cacciato dalle classifiche per aver usato sostanze utili ad aumentare la produzione dei globuli rossi del sangue. Alla partenza della staffetta femminile, l'intervento dei medici del CIO spedì a casa il quartetto russo. Ancora: Larisa Lazutina, supertitolata e prima classificata nella 30 km, subì la stessa sorte di Mühlegg. Della severità delle decisione usufruì l'azzurra Gabriella Paruzzi, giunta alle spalle della russa e proiettata al vertice del podio. A tutto il resto provvide, lungo filo decennale teso tra Albertville e Salt Lake City, Stefania Belmondo.
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