Dura requisitoria del cittì «In Italia chi è indagato è già condannato da tutti»
Lippi arriva nell'aula magna di Coverciano alle 13.30. La tuta è quella solita da commissario tecnico della nazionale, la personalità da allenatore coriaceo l'ha lasciata altrove. Anche se la voglia di Mondiale è tanta. Così è lui a prender l'iniziativa dopo qualche giro a vuoto con argomenti azzurri, e a parlare da padre ferito. Come sta, signor Lippi? «Lippi sta bene. Anzi, stanno: tutti e due, padre e figlio. Sono sereno, anche se l'amarezza è evidente. Gli stessi stati d'animo di mio figlio Davide. Ma viviamo in un paese in cui un testimone è visto come un indagato, e un indagato come condannato...». Nella sequenza ritmata di notizie giudiziarie che piombano sulla preparazione dell'Italia al Mondiale («un vero e proprio stillicidio», dicono rassegnati dal raduno), oggi è il turno dell'imminente chiamata di Cannavaro come testimone a Roma nell'inchiesta Gea. Ma come ricorda lo stesso commissario tecnico, «ognuno di noi qui ha le sue piccole o grandi preoccupazioni»: e la sua è la notizia dell'iscrizione del figlio Davide al registro degli indagati a Roma per associazione a delinquere. Pensava, l'allenatore dell'Italia, di dover difendere il suo lavoro e la sua panchina dalle accuse che lambivano la nazionale, e sapeva che il figlio procuratore sarebbe entrato nel frullatore: «Glielo avevo detto venti giorni fa: con questo casino, aspetta di finirci anche tu...». Averlo toccato ora con mano è un'altra cosa. Chi gli sta vicino lo rappresenta come un uomo scosso: già da tempo lontano dalla solida diffidenza da allenatore Juve, e con le tempeste familiari un'altra persona. Senza essere diventato per questo un altro ct. In ogni caso è l'anima di genitore ferito quel che senza pudore Lippi mette a nudo, nella conferenza stampa prevista come bilancio della prima settimana di lavoro azzurro, e diventata invece un resoconto di sensazioni dense e ruvide. L'uomo cui la Federcalcio prima e Rossi ora affidano il compito di condurre per mano l'Italia al Mondiale incassa però anche i complimenti di ex colleghi e avversari del calibro di Sacchi e Ronaldo: e mostra l'altra faccia di sè, assicurando che «nulla di tutto questo toglierà un grammo di concentrazione mondiale. Per nessuna, e ripeto nessuna ragione al mondo - scandisce chiaro e netto - rinuncerei a portare questi strepitosi calciatori a giocarsi la cosa più bella del mondo. E neanche io rinuncio». La tattica da studiare stavolta non è però un banale 4-3-3, ma come evitare la schizofrenia tra un padre amareggiato e un ct determinatissimo. «Restar sereno non mi costa, viene dal profondo del cuore - la sua spiegazione - Ma è ovvio che non toglie l'amarezza, non sono un robot. Io ridirei a mio figlio le stesse cose: non conta il mestiere che fai, ma come lo fai. E lui è con la coscienza a posto, lo ha fatto seriamente. Io, ripeto, non mi faccio condizionare nel mio lavoro, e sarebbe bello poter tornare a parlare di calcio: ma se continuate a chiedermi di altre vicende, finisce che ci mettiamo a piangere. Eppure noi non lo facciamo..». «A Sacchi voglio telefonare - passa poi a dire Lippi - Ronaldo? Fa piacere sentir dir da lui che con me l'Italia andrà lontano, segno che il rapporto creato in un anno di Inter è rimasto. Beckenbauer con la sua retromarcia ha invece mostrato di essere una persona intelligente. Con Rossi ho colloqui frequenti: più che di calcio, parliamo delle nostre cose. Ha ribadito la sua fiducia». Più o meno la stessa nutrita da Lippi in una giustizia veloce. «Ecco, questo mi piace - la sottolineatura del ct - che si faccia in fretta. La situazione non è chiara, meglio far presto e capire chi si deve far perdonare e chi non ha niente di cui chiedere scusa. Le intercettazioni private? Di cose non opportune ce ne sono tante, ma non entro in discorsi del genere. Mi auguro solo - la sua conclusione - che chi ha anticipato giudizi, quando tutto sarà chiarito dica "mi ero sbagliato". Ma, sono certo, non avverrà...». Ora il voto alle amministrativ
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