Fabrizio Corona, anatomia di un personaggio. La serie Netflix e lo show business italiano allo specchio
Raccontare Fabrizio Corona significa raccontare una parte scomoda, esibita e irrisolta dello spettacolo italiano. La serie “Fabrizio Corona: Io sono notizia”, in cinque episodi da oggi, 9 gennaio su Netflix, a lui dedicata non è un’agiografia né un processo, ma un dispositivo narrativo che usa la figura di Corona come lente d’ingrandimento su un sistema: quello dello show business nazionale, fatto di potere mediatico, ossessione per la visibilità e continuo scambio tra scandalo e consenso. Fabrizio, figlio di Vittorio Corona, giornalista ed editore, insiste sul rapporto con la figura paterna e sull’ossessione di “essere all’altezza”. In tutta la docu-serie c’è un approccio ibrido, a metà tra il racconto biografico e l’indagine culturale. Corona non viene mai completamente spiegato né assolto: viene mostrato. È il motore narrativo e, allo stesso tempo, il prodotto di un ecosistema che lo ha creato, alimentato e infine scaricato. Il suo corpo, la sua voce, la sua presenza ingombrante diventano strumenti di una messa in scena che riflette su come il personaggio pubblico abbia progressivamente divorato l’uomo privato.
Uno degli aspetti più riusciti della serie è la sua capacità di raccontare gli anni tra la fine dei ’90 e i primi anni 2000, in cui la macchina dello scandalo funzionava come un’industria parallela. I paparazzi, i settimanali, le copertine, le relazioni tra celebrità e media vengono ricostruite come un sistema perfettamente oliato, in cui la trasgressione non era un incidente, ma un prodotto da confezionare. Corona emerge come imprenditore del caos, figura spregiudicata e lucida, capace di intuire prima di altri che, nell’Italia dei primi Duemila, l’indignazione valeva quanto la celebrità.
La serie è particolarmente efficace quando smette di inseguire il personaggio e si concentra sul contesto. Lo show business italiano viene mostrato come un ambiente profondamente ambiguo, dove morale pubblica e consumo privato convivono senza mai incontrarsi davvero. Gli scandali non distruggono le carriere: le rinnovano. La caduta non è una fine, ma un altro capitolo della narrazione. In questo senso, Corona diventa il sintomo più che la causa, l’espressione estrema di un meccanismo che ha sempre avuto bisogno di figure da idolatrare e poi sacrificare. Dal punto di vista formale, la serie adotta uno stile diretto, talvolta volutamente eccessivo, che riflette l’oggetto del racconto: immagini, dichiarazioni, materiali d’archivio si accumulano fino a creare una sensazione di sovraesposizione che replica quella vissuta dal pubblico negli anni della massima visibilità di Corona. Una scelta che può risultare disturbante ma che rafforza il messaggio. Un elemento che arricchisce e complica il racconto è rappresentato dai momenti dedicati alla madre di Fabrizio Corona. La sua presenza introduce una frattura emotiva rispetto al tono della serie, offrendo uno sguardo intimo e spiazzante.
Il racconto materno non ha nulla di spettacolare, e proprio per questo risulta potente. La madre di Corona parla dal margine, con un linguaggio semplice, spesso trattenuto, restituendo l’immagine di un figlio prima che di un personaggio. Nei suoi ricordi, l’uomo pubblico si dissolve per lasciare spazio a una storia familiare fatta di aspettative, fragilità e ferite mai davvero rimarginate. È uno dei pochi momenti in cui la serie rallenta, abbassa il volume e permette allo spettatore di osservare ciò che normalmente resta fuori campo: il costo umano della celebrità e della caduta. Nel complesso, la serie su Fabrizio Corona funziona come uno specchio imbarazzante. Non chiede allo spettatore di prendere posizione, ma di riconoscere una responsabilità collettiva. Corona non è solo “il mostro” da osservare a distanza, ma il risultato di un patto non scritto tra media, pubblico e potere, in cui tutti hanno tratto un beneficio temporaneo. Guardarla oggi significa interrogarsi su quanto di quel sistema sia davvero scomparso e quanto, invece, si sia semplicemente trasformato.
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