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Il successo dei Maneskin? "Colpa di una sorta di covid mentale". Il musicologo feroce con la band

I Maneskin non piacciono proprio a tutti. E in particolare al musicologo Quirino Principe. Il successo della band romana? Per il "sulfureo" esperto delle sette note e intellettuale goriziano è un fenomeno legato a «una specie di Covid mentale». Una cosa che «fa accapponare la pelle, ma non diversamente da tante altre cose, come alcune figure istituzionali che raccomandano ai giovani di studiare la grande poesia italiana riferendosi a Mogol...».

  

Il musicologo - autore di moltissimi saggi, accademico di Santa Cecilia e membro di due associazioni viennesi, la Gustav Mahler Gesellschaft e la Richard Strauss Gesellschaft - conversando con l’Adnkronos parla di «epoca dell’imbecillità al potere, una constatazione di tipo clinico, connotata da una profonda ignoranza con la caratteristica principale di non sapere un tubo».

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«Un tempo - dice - c’erano primi ministri inglesi che scrivevano libri, che suonavano il pianoforte e addirittura dirigevano orchestre. Abbiamo avuto anche in epoche terribili personaggi come Stalin che convocavano i pianisti per farsi suonare Chopin. Personaggi sinistri, certamente, ma che avevano un rapporto forte con la cultura. Oggi abbiamo invece il nulla».

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Principe, che suddivide la musica non per generi ma secondo una scala discendente che va dalla musica forte a quella debolissima, rifiuta la definizione di «"mosega classega", come dicono i più, perché non esiste la musica classica, ma semplicemente la musica che per i suoi significati è forte oppure debolissima, come la discomusic che con i suoi ritmi percussivi sempre uguali serve solo a far "cuccare" i giovani nelle discoteche. Certo - osserva - dietro a questi fenomeni c’è la forte pressione delle case discografiche con i loro interessi, ma c’è anche un movente più "nobile" e per questo più "infame", ossia l’obbiettivo di rendere imbecilli le persone per governare meglio. Inoltre i politici abbassano sempre di più l’asticella culturale per trovare consensi».

E per il musicologo, che si definisce «ribelle come Lucifero», al suo 65esimo anno di insegnamento (ha insegnato al Conservatorio di Milano, all’Università di Trieste e attualmente è docente di Filosofia della Musica all’Università di Roma Tre), «l’unico metro di giudizio per valutare la musica è l’estetica nel senso di un apparato di significati e non di valori, perché il termine valore ha una ricaduta etica che non mi interessa. Più la musica ha significati intrinseci, espressi attraverso il linguaggio musicale, più è forte. Ecco, la musica di personaggi come i Maneskin non ha significati ma è solo legata al look. Ed è inutile che gente come Bob Dylan o i cantautori dicano di appartenere a mondi musicali diversi. Appartengono allo stesso mondo musicale ma a livelli diversi», conclude Principe.