La solitudine 2.0
Hikikomori, inizia la scuola e scatta il ritiro sociale. Boom di casi nella Capitale
Abbandonano la scuola, smettono di frequentare gli amici e si chiudono nella loro cameretta, rinunciando gradualmente a qualsiasi contatto con il mondo esterno e utilizzando la rete come unico canale di comunicazione. Sono gli hikikomori, quei ragazzi tra i 12 e i 25 anni che, sopraffatti da un forte disagio, arrivano a isolarsi per mesi o per anni. Il termine che li classifica, che significa «stare in disparte», è stato preso in prestito dal Giappone, Paese in cui il fenomeno è esploso negli anni ’80, ma è ormai largamente conosciuto anche in Italia e nel Lazio, dove ogni anno si registrano almeno 100 giovani in ritiro sociale in più. Di questi, il 95% abita nella Capitale e il 90% è di sesso maschile. A scattare questa fotografia è l’Associazione Hikikomori Italia Genitori, fondata nel 2017 da Elena Carolei parallelamente alla nascita dell’ETS Hikikomori Italia, voluta da Marco Crepaldi.
«La famiglia è l’unico tramite tra il ragazzo e la realtà. Sono i genitori a dover fare gran parte del lavoro, riconoscendo il problema e impegnandosi a superare il pregiudizio della gente, che spesso li accusa di essere eccessivamente permissivi e sbagliati nel loro ruolo», spiega la referente del Lazio e organizzatrice di gruppi di auto-mutuo soccorso, Giovanna Dragonetti. Quando l’inizio delle lezioni si avvicina ed è tempo di fare lo zaino, infatti, mamme e papà si accorgono che qualcosa non va perché il figlio, nella maggior parte dei casi adolescente, inizia a rifiutare tutto ciò che fino a poco tempo prima faceva parte della sua routine. È in quel momento, all’apice del malessere, che il buio cala sulla vita degli hikikomori. Incapaci di affrontare il senso di inadeguatezza che li abita, abbassano le tapparelle, mettono le cuffie nelle orecchie, trascorrono ore a giocare a un videogame e tengono la porta della stanza rigorosamente chiusa, arrivando a invertire il ciclo sonno-veglia.
Segnali dietro ai quali si nascondono famiglie che vivono un dolore sordo. Come quella di Mara, mamma di un 24enne in ritiro sociale dai tempi delle scuole medie. «Davide (nome di fantasia) esce dalla camera solo per mangiare, generalmente quando nessuno può vederlo. I contatti con l’esterno devono essere programmati con largo anticipo. Comunica solo con WhatsApp», racconta la donna, che definisce l’incontro con l’associazione «salvifico» perché le ha permesso di smettere di sentirsi «sbagliata». Simona, che abita a Rieti, spiega invece che il figlio, 18enne, ha iniziato a chiudersi in casa due anni fa, dopo l’improvvisa esclusione da un gruppo di amici. «Si preparava per andare a scuola, ma non riusciva a oltrepassare il portone. Ora, grazie a uno psicoterapeuta, abbiamo iniziato a rivedere la luce. Un mese fa è andato in vacanza con un amico», racconta. La voce le trema dall’emozione e nei suoi occhi c’è speranza. Per Riccardo, 16 anni, l’incubo è iniziato con la manifestazione di attacchi di panico ed è proseguito fino alla reclusione totale. Un miglioramento, però c’è stato. A riferirlo è la madre, Giovanna, che aspetta con ansia il ritorno a scuola per capire se la strada sia in discesa: «Ha espresso il desiderio di tornare in classe a patto che venga fatto sedere vicino a un suo amico», dice. Poi sorride. Si capisce che per lei è un po’ come confessare il desiderio che si esprime quando si spengono le candeline. Ci si sente più sicuri a tenerlo per sé se si vuole che si avveri.