Al palo lo sgombero del centro sociale. Fermi i lavori per nuove case popolari
Trentacinque anni di occupazione abusiva al sesto ponte del Laurentino 38. È durata fin troppo la tolleranza del centro sociale «L38 Squat», ora però l’Ater deve portare a termine il piano di riqualificazione da 7,7 milioni che trasformerà 56 locali extra-residenziali del quinto e sesto ponte in alloggi da assegnare a chi aspetta una casa popolare. Ma finché gli «squatter» non leveranno le tende, i lavori al sesto ponte non possono cominciare. Così, finalmente, dopo aver posto più volte il tema sul tavolo della Prefettura, l’Ater il 30 gennaio scorso ha pubblicato online l’avviso «di prossimo sgombero coatto di immobile abusivo occupato abusivamente».
Meglio tardi che mai, si dirà, ma ecco un’altra anomalia: non potendo individuare un soggetto preciso a cui notificare la diffida «a rilasciare volontariamente l’immobile» entro 30 giorni, l’azienda è stata costretta a pubblicare il provvedimento sul proprio sito web. Effetti sortiti? Al momento zero, visto che il centro sociale è ancora lì dov’è stato per 35 anni e che il 21 marzo scorso gli attivisti hanno trovato pure il tempo di pubblicare sui social un commosso ricordo di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, «Sandro e Sara». Si tratta dei due anarchici morti nel crollo del casale abbandonato al Parco degli Acquedotti in cui, secondo chi indaga, si erano nascosti per fabbricare un ordigno da posizionare chissà dove. Il materiale che maneggiavano però sarebbe esploso accidentalmente, provocando il collasso del casolare.
Il ricatto allo Stato. Così gli anarchici “salutano” sul web i compagni morti “combattendo”
«Come comunità di lotta siamo pesantemente colpiti dalla morte di Sandro e Sara - si legge nel post degli attivisti di L38 - Abbiamo perso un compagno e una compagna che moltx (sic) di noi hanno conosciuto nelle occupazioni, nelle assemblee e quando c’era da starci». Il 2 marzo invece (quando i 30 giorni per andarsene da soli erano già scaduti) era comparso un altro post che ha un po’ il sapore della beffa. Gli attivisti, tutti di spalle e molti incappucciati (così compaiono nella gran parte delle foto che pubblicano, e sarebbe interessante sapere il perché) si sono immortalati davanti al cantiere Ater al quinto ponte del Laurentino 38. «Nonostante gli sforzi della ditta - hanno commentato - nessun alloggio nuovo è ancora sorto in quartiere. Sembra sia più importante aprire un nuovo cantiere al sesto ponte, per non pagare le penali, che dare veramente le case a chi ne ha bisogno». Una beffa, si diceva, perché secondo l’Ater di Roma oggi a bloccare la realizzazione delle 28 case popolari previste sarebbero proprio loro.
Gli occupanti, comunque, non ci pensano proprio ad andarsene, anche se il segnale lanciato dallo Stato il 30 gennaio (stesso giorno del provvedimento dell’Ater su L38) con lo sgombero dello «ZK» di Ostia sembra in qualche modo averli preoccupati. «L38 Squat non si tocca», è la parola d’ordine che da allora rimbalza di continuo e in loro difesa si sono già schierate altre realtà della galassia dei centri sociali romani, da «Quarticciolo Ribelle» a «100celle aperte». Resta da capire quanto ancora impiegherà chi di dovere a passare dalle parole ai fatti, permettendo all’Ater di dare una casa a chi ne ha davvero bisogno.
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