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Il mistero dei tredici obelischi egizi

Uno scrittore rivisita la storia dei monumenti abbattuti e poi restaurati

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Quanti obelischi egizi svettano nella Capitale? Provate chiederlo a un vostro amico. Le risposte saranno le più varie: 4, 10, 25... Quella giusta è 13. Ma, sebbene siano i monumenti più antichi della città eterna e rappresentino un simbolo che attraversa 2000 anni della sua storia, da Augusto a Mussolini (quello dell'Olimpico, ovviamente, non è egiziano), sono anche i meno conosciuti e visitati. La loro storia e le loro particolarità accompagnano il racconto dello scrittore Francesco Maria Caligiuri, che ha appena pubblicato il romanzo «La totalità dei fatti» (ed. Ferrari, pag. 440, euro 19.50), un dialogo fra tre amici che ha come sfondo la metropoli. Roma è anche la Capitale degli obelischi, visto che in tutto l'Egitto ne sono rimasti solo 9 eretti. «Anche se vivo qui da 40 anni non ci avevo mai fatto caso e, quando ho iniziato a studiarli, mi sono imbattuto in un mistero - spiega Caligiuri - Dopo essere stati portati nell'urbe dagli imperatori, furono abbattuti, a parte uno, nel Medioevo. Perché i Papi hanno impiegato risorse umane ed economiche per rimetterli su e restaurarli, considerando pure che erano simboli pagani?». Cominciamo dall'obelisco di San Pietro, l'unico rimasto in piedi dopo l'iconoclastia medioevale. «Per spostarlo di 400 metri a sinistra, guardando la cupola da via della Conciliazione, nel 1586 ci vollero 139 giorni, più di 1000 uomini e oltre 40.000 scudi, un'enormità per l'epoca - riferisce lo scrittore - Inoltre, sembrerebbe quasi che il colonnato del Bernini sia stato costruito intorno all'obelisco, usato come la punta di un compasso. Visto che il centro definisce il cerchio, è come se l'obelisco, fatto spostare da Sisto V, abbia "generato" la circonferenza del colonnato». Quello di San Giovanni in Laterano, invece, rimesso in piedi l'anno successivo, ha 3500 anni, è il più alto del mondo e il primo trasportato a Roma, da Augusto. La particolarità del monumento in granito di piazza Navona, voluto da Innocenzo X e risalente al 1650, è che sorge sopra la fontana del Bernini, cioè è incastonato in cima a una grande opera allegorica. Il quarto, sopra l'elefantino di piazza della Minerva, fu voluto da Alessandro VII. Il progetto è del Bernini, l'esecuzione di Ferrata. «Si dice che ci fu una diatriba tra padre Domenico Paglia e l'artista, che fu costretto a rinforzare la scultura dell'elefante e si vendicò posizionando il "didietro" dell'animale rivolto verso la finestra del religioso», ricorda Caligiuri. A Trinità dei Monti sorge quello meno pregiato, perché i geroglifici furono disegnati dagli antichi artigiani romani (siamo alla fine del '700 e a San Pietro c'è Pio VI). Al Pincio, al contrario, c'è quello più di valore. «Fatto rialzare da Pio VII nel 1822, ornava la tomba di Antinoo, l'amante dell'imperatore Adriano che affogò nel Nilo - dice l'autore del libro - Mentre l'obelisco di piazza del Popolo, che è del 1589, è l'unico colpito e scheggiato da un fulmine, nel 1983. Poi ci sono gli obelischi di Monte Citorio, il più malmesso; del Quirinale, che prima guardava il palazzo della Consulta e fu fatto ruotare in onore del Papa a "guardare" la sua residenza; di S. Maria Maggiore; del Pantheon; di villa Celimontana e quello nella zona di Termini, il solo "laico", innalzato dallo Stato nel 1886 in memoria dei caduti di Dogali. Resta, però, il giallo - conclude Caligiuri - Perché tutte queste energie e denari, da parte dei Papi, per reinnalzare simboli che poi loro stessi sottoponevano a esorcismi?». Un'ipotesi la trovate nel libro.

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