Il gesso non c'è più ma l'ortopedico non se ne accorge
Durante una visita di controllo dopo che la fasciatura era stata tolta
L'ospedale San Giovanni Addolorata continua a far notizia. C'è un nuovo caso di malasanità, dopo la sconcertante vicenda dei due pazienti 61enni a rischio per aver contratto una grave infezione post-operatoria in quella che è ritenuta una struttura centro di riferimento della Regione per trapianti di cornea, conservazione e distribuzione dei tessuti corneali, che ha scatenato un putiferio fra i ricoverati (e non solo) e per cui partirà oggi la denuncia in Procura di Assotutela, per bocca del suo presidente, Michel Emi Maritato «perché sorge il sospetto che tale incidente di percorso sia legato alle condizioni di difficoltà, precarietà e approssimazione in cui sono costrette ad operare le strutture sanitarie del Lazio, causa la penuria di risorse umane e materiali, ristrette per un piano di rientro dal deficit che colpisce in primo luogo i cittadini» (il quale non manca di attaccare il neogovernatore Zingaretti sulla progettualità in corso d'opera in tema sanità). Un altro paziente, il signor Andrea Buccolini, segnala, ora, la sua «tragicomica esperienza». Stavolta non si tratta del reparto Oculistica, ma dell'ambulatorio di Ortopedia dello stesso ospedale. La vicenda è questa: fa una lastra al perone fratturato, dopo aver tolto il gesso il 3 giugno scorso, recandosi presso l'ambulatorio ortopedico a 20 giorni dalla rimozione del gesso dalla sua gamba, come da protocollo, ma il medico che lo sottopone a controllo, l'unico presente in tre sale-visita con oltre 60 pazienti in attesa, non si accorge che ha il tutore e gli prescrive altri 15 giorni di immobilità con gesso. «Mi sono steso sul lettino dopo aver sganciato e appoggiato in terra il tutore ed il dottore, osservando prima la lastra e poi la gamba, non ha capito che avevo una garza sopra e non più il gesso. Davvero un'esperienza assai grottesca», racconta basito Buccolini, che non ricorda il nome e cognome del medico alquanto sbadato («sul referto non è riportato). «Gli ho fatto notare - prosegue - che avevo tolto il gesso diversi giorni prima e lui, dopo un sussulto, si è scusato, dicendomi che non aveva visto il tutore ai piedi del letto, ripiegando, alla fine, sulla seconda prescrizione: portare il tutore per altri 20 giorni». «Ma quanto è capitato a me è l'aspetto più comico di quanto visto», rimarca ancora Buccolini in merito alla sua sventura all'ambulatorio del San Giovanni. «Quello più deprimente, invece, è vedere numerosi anziani con stampelle o altri supporti, sballottati tra l'ambulatorio e la cassa per pagare il ticket, dove non sono presenti sedili né appoggi di alcun genere per i pazienti; in attesa per ore su sedie fatiscenti in ambulatorio, senza che nessuno si degni di aiutarli, mentre l'unico medico è alle prese in proficue conversazioni con informatori farmaceutici o visite senza appuntamento». E ancora: «Dopo la lastra di controllo, costretti a divincolarsi da soli dai loro "attrezzi" e restare in balia degli eventi fino alla visita, senza un minimo di comunicazione, piuttosto alle prese con l'arroganza, scortesia e maleducazione di diversi addetti della struttura, alla minima richiesta di informazione o di aiuto. Rassegnazione e impotenza fino all'umiliazione. Uscendo mi sono domandato com'è possibile abituarsi a tutto questo in un Paese civile».
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