panico a sinistra

Più campo santo che campo largo Schlein nel mirino delle correnti E il M5S sprofonda sotto il 4%

Aldo Rosati

Le discese ardite e le risalite. È in questo rapido cambiamento di scenario, fotografato dai versi di Lucio Battisti, che risiede il vizio storico del Pd. Cantar vittoria prima dell’apertura delle urne e poi rimanere con un palmo di naso.

Un meccanismo che si è ripetuto a Venezia: «Da qui può arrivare un segnale forte fino a Roma», spergiurò Elly Schlein nel comizio finale accanto alla "vittima" sacrificale. «Brun, Brun, Martella», cantavano in coro i militanti nelle calli, anticipando la festa che per cause di forza maggiore poi è stata annullata. La rivisitazione pop del vincitore annunciato, il senatore che si sentiva già sindaco, in fondo può avere mille letture diverse. Una, impietosa, è quella che ha dato Massimo Cacciari: «È sempre stato un giovane vecchio, un numero 2 o 3». Come dire: cosa vi è venuto in mente di candidare un uomo di apparato?

  

 

Memorabile la sicurezza del deputato dem Roberto Morassut, qualche giorno prima del voto a Venezia: «Caro Andrea Martella sono felice per il successo che coronerà questa tua lunga campagna elettorale». Le ultime parole famose.

Il cuore del problema però è un altro: la frenesia che ha invaso le stanze del Nazareno all’indomani del referendum sulla giustizia. Una malattia che ha diverse patologie: la certezza di rientrare a Palazzo Chigi, la corsa ai ministeri, l’adeguamento un po’ ruffiano ai diktat della segretaria.

Scambiare il clima mediatico che il Nazareno contribuisce a radicare con il consenso reale nel Paese: un abbaglio ricorrente e memorabile. L’altra chimera è l’incoraggiamento all’emersione di un voto in nome di Allah: compiace, forse, i salotti radical chic, fa cambiare idea agli elettori di sinistra.

Per il Pd e i suoi alleati è tempo di rispolverare il più antico dei riflessi condizionati: l’analisi della sconfitta. Un rito dal quale la segretaria puntualmente si sottrae, scomparendo dai radar. Al suo posto, presenzia il fedelissimo Igor Taruffi, l’uomo dell’organizzazione, che si lascia andare a considerazioni di buon senso: «La partita del prossimo anno è aperta». Gettare il sasso e nascondere la mano. Ora la segretaria dovrà guardarsi le spalle: è ripresa la guerriglia sotterranea per scalzarla.

 

Le correnti hanno aspettato il verdetto dei seggi per tornare a metterla nel mirino: «Non è in grado di farci arrivare alle politiche». «Dobbiamo trovare un federatore e togliercela di torno», la sentenza.

È improvvisamente invecchiata anche la foto in bianco e nero del quasi bacio: la segretaria che dolcemente cinge Giuseppe Conte; insomma non è più il tempo di tenerezze. Il leader M5S osserva il panorama e si nasconde dietro il flop del Pd, anche lui però deve riflettere su quel 3,7% che è la media del voto pentastellato raccolto alle comunali (eccetto Avellino all’8,5%, a Trani 3,5%, a Venezia 2,6%, a Prato 2,3, ad Arezzo 2, a Fermo 1,7). Spiega YouTrend: «Metà dell’elettorato pentastellato alle europee ha votato Venturini». Per l’astuto avvocato è pronta la giustificazione: «Chi vota M5S vuole trovare uno di noi sulla scheda». Lui, il vincitore, quello vero, ironizza: «La buona stagione annunciata da Schlein? Una mezza stagione».

Fallita e clamorosamente anche la Casa Riformista: i tentativi di Matteo Renzi per ora si infrangono contro la realtà. Il risultato in laguna così rischia di essere la "tempesta perfetta", l’alleanza era in formato extra large: da Rifondazione Comunista a Italia Viva.

E allora come uscirne? Un’idea ce l’avrebbe la vicepresidente del Parlamento Europeo, Pina Picierno, prossima a lasciare i dem: «Le coalizioni tengono se hanno una base programmatica solida, cultura di governo, pragmatismo e classi dirigenti credibili».

 

Esattamente tutto quello che il campo largo non ha. Nel frattempo l’assalto contro Giorgia Meloni è rimandato, i leader devono ricominciare da zero. E tornare ai capisaldi che avevano ignorato: il programma, il nome da contrapporre a quello della premier. Dettagli che provocheranno a breve un’altra guerra.

Tutti contro tutti, una perfetta riedizione delle baruffe del passato: Schlein contro Conte, i padri nobili contro Schlein. Il duello potrebbe avvenire alle primarie, a meno che nelle prossime settimane uno dei due sfidanti faccia il passo indietro. O visto il clima, venga impallinato. C’è un’altra possibilità: che alla fine sul campo di battaglia, spunti il profilo di un federatore. La prossima vittima sacrificale. «Su nel cielo aperto, e poi giù il deserto», una vocazione.