CONVENTION SOCIALISTA A BARCELLONA
Barcellona, “El pueblo unido” di Schlein. Alla corte di Sanchez e Soros
El pueblo unido. Che spettacolo (d)istruttivo. Unido poiché irregimentato da parole d’ordine giunte già timbrate, confezionate e distribuite con la meticolosità industriale delle grandi filiere contemporanee: l’internazionale socialista radunata a mo’ di Mala Vista Social Club de Barcelona (attenzione: denominazione non ufficiale) sotto l’egida sorosiana esplicita, con Alex Soros che risparmiando la fatica ai complottisti ha comunicato orgoglioso l’onore di aver accolto "così tanti leader e attivisti straordinari" al primo Global Progressive Summit, tutti "sotto lo stesso tetto", uniti nel forgiare un futuro "più giusto e democratico".
Una filiera, più che una visione. Un franchising protocollato. Dentro questa processione del supposto Bene, con Lula nume tutelare, Sanchez gran cerimoniere e Schlein ammessa alla comitiva in Erasmus politico, la meraviglia delle sinistre odierne: campagne uniformi da esportare, lessico identico, stessi nemici, stessi tic, stessa postura da superiorità morale certificata. E naturalmente, in patria, gli sbrodolanti fan italiani che al cospetto del primo ministro altrui reagiscono come certe tifoserie davanti al centravanti straniero visto in qualche highlight: "Prestatecelo anche solo per un anno", implorano le bimbe di Sanchez nostrane (spesso attempati maschi all’anagrafe, ma sempre pronti all’infatuazione da ragazzina), come se si trattasse di un gioiellino della cantera del Real o del Barça e non di uno che si trascina da un decennio alla guida di governi nazionali e che probabilmente la maggioranza degli spagnoli cederebbe volentieri a titolo definitivo gratuito al primo boccalone.
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Ma Elly? Era lì in diligente contemplazione del programma socialista iberico, intenzionata ad adottarlo per vincere (farlo con una ricetta propria, a quanto pare, sarebbe brutto). Era lì a farsi ritrarre al Lula park e a decretare di nuovo la fine delle destre, come già dopo la vittoria della destra in Ungheria contro l’altra destra. Poi ancora Sanchez, col suo discorso di chiusura impastato di luogocomunismo e arroganza morale. "Siamo dalla parte giusta della storia": frase che il sedicente progressista di norma coltiva come masturbazione mentale privata da salotto ma che ormai, perso perfino il pudore, dichiara apertamente per interposto premier spagnolo. L’avversario non è uno che la pensa diversamente (è che di solito ha ragione). No. È il reprobo, il male antropologico, l’abominio umano ed etico da espellere dal dicibile, dal presentabile, dal civile, dal legale, quando non dal biologico. Prima lo si delegittima, poi lo si disumanizza, poi si fa di tutto per eliminarlo, infine ci si commuove per il proprio essere sinceri democratici. Tra gli ulteriori apici liturgici, la celebrazione della regolarizzazione di altri cinquecentomila clandestini e l’enunciazione della ponderatissima linea internazionale: "Sì alla pace, no alla guerra", slogan ripetuto da Sanchez come fosse una formula salvifica appena rivelata anziché una frase già stucchevole alle recite d’asilo e universalmente dileggiata quando esce dalle labbra di un’aspirante reginetta di bellezza. E mentre Pedro intona il suo pacifismo da Miss geopolitica, la Spagna continua a comprare quantità enormi di gas dalla Russia, più di qualunque Paese europeo, con picco storico proprio a marzo. È così che si disinnesca la guerra e ci si fa buoni e giusti: con il mantra infantile contro Trump in bocca e il gnl di Putin nei rigassificatori. Un capolavoro. Di coerenza no. Sinistro, quello sì.