I «CONTI» NON TORNANO

M5S, dopo l’affaire delle mascherine arriva il caso dell’Antimafia. Non c’è pace per il Conte furioso

Edoardo Romagnoli

Le intercettazioni tra l’ex magistrato Gioacchino Natoli e il senatore M5S Roberto Scarpinato sono solo l’ultima grana per Giuseppe Conte. Il leader pentastellato stava vivendo un momento d’oro tra il tour di presentazione del suo libro e la possibilità, sempre più concreta, di poter guidare il campo largo nella sfida a Meloni del 2027. Solo che prima è arrivata la testimonianza del rappresentante di Jc Electronics, Dario Bianchi, durante un’audizione in commissione Covid. L’imprenditore ha raccontato di essere stato avvicinato dall’avvocato Luca Di Donna che, in cambio di una mediazione con il commissario dell’epoca Arcuri, gli avrebbe chiesto una percentuale sui contratti di fornitura delle mascherine che sarebbe riuscito ad accaparrarsi. Un racconto molto simile a quello fatto da un altro imprenditore, Giovanni Buini. Il proprietario della Ares Safety Srl ha riferito che due legali Luca Di Donna e Gianluca Esposito, che avrebbero avuto collegamenti con Conte, avrebbero chiesto una «stecca» da 60 milioni di euro se fossero riusciti a chiudere una partita da 160 milioni di mascherine da vendere allo Stato italiano.

 

  

 

Poi, come se non bastasse, è arrivata la questione Natoli-Scarpinato. A quel punto Conte prima ha giocato la carta del "eh ma anche FdI ha i suoi problemi", riferendosi alla questione di Delmastro e delle sue quote nella bisteccheria del prestanome dei Senese; poi, forse capendo che la logica del «mal comune mezzo gaudio» non avrebbe portato a nulla, ha cambiato registro. «Invito Fratelli d’Italia a impegnarsi per trovare soluzioni ai problemi reali degli italiani. E non distrarsi a gettare fango con accuse assurde, ad esempio su Roberto Scarpinato, che ha l’unica colpa di aver voluto smentire in commissione Antimafia con documenti precisi e con fatti alcune audizioni di comodo che erano state apparecchiate» ha dichiarato a margine della presentazione di un libro alla Camera. Scarpinato oltre ad avere il merito di aver smentito alcune «audizioni di comodo», ha anche quello di aver archiviato il dossier mafia-appalti; come ricordato da Gaetano Mineo nell’edizione di giovedì 16 aprile sul nostro quotidiano. La richiesta di archiviazione per il filone principale di mafia appalti del 13 luglio del 1992 venne infatti firmata, oltre che dal sostituto procuratore Guido Lo Forte, proprio dal senatore grillino. L’ex magistrato non è mai stato convinto di quella pista investigativa, tant’è che nelle intercettazioni con Natoli, riferendosi alla procura guidata da Salvatore De Luca, dice a chiare lettere: «A Caltanissetta stanno ancora seguendo mafia-appalti, non so se ti rendi conto del livello!».

 

 

Dalle file di Fratelli d’Italia sono arrivate le richieste di dimissioni per Scarpinato. Saverio Congedo, deputato FdI e componente della commissione Antimafia, ha domandato: «Cosa deve accadere ancora prima che il buonsenso prevalga e si faccia pulizia all’interno della commissione Antimafia, smettendo di dare la possibilità a persone come Scarpinato e Natoli di inquinare il dibattito e depistare il lavoro verso la verità?». La difesa dell’ex magistrato è stata affidata a una nota vergata dai membri grillini della commissione Antimafia. Un lungo comunicato in cui si accusa, non si sa bene chi, di aver manipolato «i testi delle trascrizioni con un taglia e cuci». Non solo. I pentastellati denunciano come la presidente della commissione Antimafia, Chiara Colosimo, sia in combutta con il generale Mario Mori che avrebbe la «volontà di vendicarsi di quei magistrati» che hanno «osato» indagarlo. In pratica l’ex generale piloterebbe «i lavori della commissione» arrivando a dettare a Colosimo «persino i consulenti di suo gradimento da nominare». Più in generale tutta la vicenda Natoli-Scarpinato, secondo la compagine M5S, avrebbe preso vita per nascondere gli scheletri che ogni giorno uscirebbero dai «segreti armadi di Fratelli d'Italia».