Energia, sbloccare i cantieri “verdi” per evitare nuove tasse. La scelta da 5 miliardi
Il paradosso italiano della transizione energetica: circa 1.200 progetti per le energie rinnovabili bloccati nei meandri della burocrazia. Un’enorme capacità produttiva potenziale immobilizzata, mentre il Paese continua a importare energia e a pagare il prezzo della dipendenza. Da qui la proposta: sbloccare rapidamente questi progetti introducendo un meccanismo di ritorno economico pubblico. Nella sua prima formulazione, l’idea era semplice e diretta: ogni operatore che ottiene il via libera cede il 5% del progetto allo Stato. Poi l’evoluzione, più raffinata e politicamente sostenibile: un modello ibrido. Una quota tra il 2 e il 3% allo Stato centrale, e un ulteriore 2-3% alle comunità locali. Non solo redistribuzione, ma anche consenso. Quanto vale questo schema? Per capirlo, serve partire da una stima prudenziale. Parliamo di investimenti complessivi nell’ordine dei 70-100 miliardi. Nello scenario immediato (1-3 anni) se solo il 50% di questi progetti venisse sbloccato rapidamente, si attiverebbero investimenti per 35-50 miliardi. Con una quota statale del 2-3%, lo Stato acquisirebbe asset per un valore tra 700 milioni e 1,5 miliardi. Nel vecchio schema al 5%, il valore salirebbe fino a 3 miliardi.
Ma al di là del mero dato economico, c’è un modo semplice per capire il valore reale della proposta: chiedersi se lo Stato potrebbe ottenere gli stessi soldi, negli stessi tempi, con strumenti «ordinari» di bilancio. La risposta, se si guarda ai numeri senza retorica, è no. O comunque, non senza costi politici ed economici molto più alti. Perché qui sta il punto: il meccanismo sulle rinnovabili non crea solo un’entrata, ma la crea senza drenare risorse esistenti. Ed è una differenza enorme. Se lo Stato italiano volesse incassare, nel breve periodo, quei 3-5 miliardi stimati, dovrebbe percorrere strade ben note. Nessuna indolore. La via più diretta sarebbe aumentare le imposte: un incremento dell’Iva anche solo dell’1% genera qualche miliardo. Ma qui il problema è doppio: ci sarebbe un impatto immediato su consumi e crescita e il costo politico sarebbe altissimo. L’alternativa è ridurre la spesa pubblica: sanità, welfare, investimenti. Ma ottenere 3-5 miliardi «veri» in tempi rapidi significa intervenire su capitoli sensibili. E soprattutto: i tagli producono effetti recessivi nel breve periodo. Non è un caso che ogni legge di bilancio fatichi a trovare coperture anche molto più piccole. Terza opzione: fare più deficit, cioè emettere nuovo debito. Qui il vincolo è evidente: l’aumento del rapporto debito/Pil, la conseguente pressione dei mercati e i famigerati vincoli europei. In pratica, si comprano risorse oggi al prezzo di pagarle (con interessi) domani. Esattamente il contrario del meccanismo sulle rinnovabili, che invece genera entrate senza aumentare il debito.
Vendere asset pubblici è un’altra strada teorica. Ma richiede tempo, spesso avviene in condizioni non ottimali e riduce il patrimonio pubblico. Qui invece siamo davanti all’opposto: lo Stato acquisisce quote (2-3%) invece di venderle. Il punto chiave è la qualità delle entrate: nel nostro caso sono attivate da capitale privato e non deprimono la crescita, anzi la stimolano: più investimenti, più occupazione, più produzione energetica. Il confronto è brutale ma realistico: i 3-5 miliardi ottenuti con le tasse provocano una riduzione dei consumi; i 3-5 miliardi ottenuti con tagli alla spesa portano una riduzione dei servizi; i 3-5 miliardi ottenuti facendo debito fanno aumentare gli interessi. Mentre i 3-5 miliardi ottenuti sbloccando investimenti producono un aumento del Pil. È qui che la proposta cambia natura: non è una misura fiscale, è una misura di politica industriale con effetti fiscali. Il vero valore di questo schema non è solo quanto incassa lo Stato, ma come lo incassa. In un sistema tradizionale, ogni euro guadagnato ha un costo speculare da qualche altra parte: cittadini, imprese, o futuro debito. In questo caso, invece, l’entrata nasce da un’inerzia rimossa. E questa è la svolta: trasformare un blocco amministrativo in una rendita pubblica senza chiedere un euro in più ai contribuenti. Nell’anno che ci accompagna alle elezioni.
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