Leggi il settimanale
Cerca
Edicola digitale
+

Capezzone: la strategia per battere quella “velenosa” macchina da guerra della sinistra italiana

Foto: Lapresse

Daniele Capezzone
  • a
  • a
  • a

C’è qualcosa che credo di sapere sul 2027, nel senso della futura campagna elettorale per le politiche. No, non l’esito, che al momento appare purtroppo apertissimo: vittoria del centrodestra (auspicabile ma tutt’altro che facile); oppure vittoria della sinistra a trazione Conte-Salis (il Pd è ufficialmente un partito-cannibale: gli va bene tutto tranne che il suo attuale segretario, destinato a essere regolarmente divorato); oppure gran pareggio-pantano, cioè lo «scenario palude» del quale Il Tempo vi parla da settimane, e che è di gran lunga il preferito dai poteri marci italiani, impazienti di tornare a commissariamenti in salsa tecnica. Come finirà tra un anno, oggi, nessuno può dirlo. E allora cos’è che credo di sapere? Mi pare di scorgere una impressionante somiglianza di scenario e di condizioni generali rispetto alla campagna elettorale che iniziò alla fine del 1993 e portò al voto del 27 marzo 1994. Dimenticate per un momento l’esito: gran vittoria di Silvio Berlusconi, alleato a Nord con Umberto Bossi e a Sud con Gianfranco Fini, e poi capace di metterli insieme. Un capolavoro che purtroppo sarebbe saltato pochi mesi dopo per le scelte di Bossi, le manovre di Oscar Luigi Scalfaro e - anche lì - con le solite «soluzioni» simil-tecniche, propedeutiche alla vittoria della sinistra nel 1996. No, fermatevi all’inizio di quella campagna, e lì troverete le somiglianze di cui vi parlavo.

 

 

Dalla parte della sinistra c’erano tutti i maggiori poteri italiani, quasi nessuno escluso. Non a caso, Achille Occhetto, vincitore annunciato, aveva definito il suo schieramento come una «gioiosa macchina da guerra». C’era la magistratura più politicizzata, che nel biennio precedente aveva eliminato tutte le forze del pentapartito (Dc, Psi, Psdi, Pli, Pri), salvando scientificamente i comunisti, nonostante i loro finanziamenti provenienti dalle coop rosse e quelli esteri da Mosca. C’era la Confindustria, allineata al clima manettaro. C’erano i sindacati, senza eccezioni. C’erano i grandi giornali, pure loro riuniti in «pool», e con direttori e firme che sono ancora oggi in campo, e dalla stessa parte. C’era la Rai. C’erano pure non poche trasmissioni dell’allora Fininvest: tranne alcuni (mai abbastanza elogiati) campioni dell’intrattenimento gentile, da Mike Bongiorno alla coppia Mondaini-Vianello. E c’era un Presidente della Repubblica in perfetta sintonia con la sinistra, nonostante una tradizione da baciapile. Si può ben dire che gli ex comunisti non avessero ancora in mano il governo (speravano appunto di prenderselo quel 27 marzo ’94), ma fossero già al potere, visto l’immenso arco di forze che li sosteneva direttamente o indirettamente. Un gigante come Marco Pannella, all’epoca lucido come un laser, coniò una battuta provocatoria delle sue che fece impazzire di rabbia i compagni. Diceva loro: «I fascisti siete voi, nel senso che avete "affasciato" tutte le "fascine" del potere. Ora vi manca solo la "scure" di Palazzo Chigi per tenere insieme tutto il "fascio"». E così, alludendo all’iconografia mussoliniana, Pannella (e aveva ragione lui) riversava sulla sinistra l’accusa di concentrare già tutti i maggiori poteri italiani. Ecco, cosa fu Silvio Berlusconi contro tutto questo? Rappresentò il classico «imprevisto», fu un meraviglioso e benedetto «incidente», fu l’ostacolo che la sinistra aveva sottovalutato e perfino deriso. E invece lui, forte di una straordinaria immagine personale, di una perfetta comprensione del sistema elettorale (bisognava mettere insieme tutte le forze alternative alla sinistra, altro che i sogni centristi di Segni e Martinazzoli), e di un programma liberale pensato da Antonio Martino, Paolo Del Debbio e poche altre figure coraggiose, ribaltò il tavolo e vinse. Vinse (è bene ribadirlo ancora) senza e contro il sistema dei poteri ufficiali italiani, dando voce a un popolo che non l’aveva.

 

 

E oggi? Molte cose naturalmente sono cambiate: la storia non si ripete mai del tutto uguale a se stessa. Però attenzione: di nuovo il «fascio» di poteri è tutto di là, e di nuovo c’è un unico «ostacolo», che stavolta si chiama Giorgia Meloni. La quale sta a Palazzo Chigi, ma è vissuta dai poteri marci come un’usurpatrice, come una parentesi da chiudere. Sta a lei osare tutto l’osabile. Primo: deve trovare in sé (gli interventi in Aula di questa settimana sono molto confortanti) la voglia di combattere ancora. Secondo: deve accelerare su tasse-sicurezza-immigrazione, su una base di lavoro degli scorsi quattro anni che è già buona, come Il Tempo ha raccontato ieri. Terzo: deve chiedere e ottenere dal sistema radiotelevisivo pubblico e privato nient’altro che un po’ di equilibrio e correttezza, quella che non c’è e non c’è stata da almeno un anno. Devono tornare i «faccia a faccia»: uno contro uno, non tre contro uno, per capirci. E quarto: deve aggregare tutto l’aggregabile, ed evitare (quella sarà l’ultima mossa della sinistra) che ci siano disarticolazioni e faglie nel centrodestra, specie nell’area centrale. Se si farà questo, sarà di nuovo vittoria. Contro una macchina da guerra che stavolta non è gioiosa, ma velenosa.

Dai blog