Meloni gioca e vince in Europa e nel Mondo. Il litigioso centrosinistra dove pensa di andare?
Non tutti capiscono di politica, e pazienza. Più grave è che spesso non capiscano di politica neppure coloro che ci campano sopra. E allora facciamola più semplice: parliamo di calcio, la cui pedagogia almeno ha l’immediatezza plebea e brutale che può servire per comprendersi. Ebbene, raccontata in forma di pallone, l’opposizione a Meloni somiglia a quel genere di tifoso di una squadretta che batte in Coppa Italia una grande zeppa di seconde linee e con la testa altrove, e da quel fortunoso episodio ricava una filosofia della storia, un destino, un’investitura celeste. È successo con il referendum sulla riforma della magistratura, venduto alle masse credulone come presunta liberazione dal presunto fascismo: il centrosinistra ha vinto una partita storta, in buona parte truccata, e già si vede campione d’Italia, dominatore in Europa, pronto al Mondiale per club e al Pallone d’oro. Tipica sbornia da provinciale.
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Nel frattempo Meloni, con tutti i limiti della sua compagine che non è il Brasile del 1970, e con il dettaglio non trascurabile di dover giocare su campi in alcuni casi letteralmente sotto le bombe, resta l’unica ad aver mostrato capacità di stare nella competizione autentica, quella internazionale, dove non bastano i coracci ingiuriosi della curva, gli editoriali militanti e gli slogan da okkupazione liceale. L’opposizione esulta per ogni inciampo, minimizza ogni risultato, finge che la presenza alle fasi decisive della Champions sia ordinaria amministrazione e blatera che, al posto di Meloni, farebbe meglio. In che modo? Opponendo più resistenza agli Stati Uniti? Dichiarando guerra a Trump? Facendo arrestare Netanyahu? Certo. Ottenendo più ascolto e più credito all’estero? Come no. Andando nei teatri strategici prima di Giorgia (che ci è andata per prima dopo l’Iran), aprendo interlocuzioni, chiudendo accordi? Nemmeno a parole, dal comodo e ben retribuito scranno dell’irrilevanza su cui si può bivaccare tra fantasie e proclami, sanno dire cosa farebbero loro, figurarsi se saprebbero farlo.
La sinistra riabilita Silvio Berlusconi in chiave anti-Meloni
Ed è qui che il comico trapassa nel penoso. Non siamo davanti a una grande squadra vittima di un’ingiustizia del Var. Siamo davanti a un centrosinistra che vivacchia a metà classifica, sperando nel pareggio sporco o nel gollonzo, con ultras rumorosi, media e circoletti amici, arbitri e alti dirigenti federali e di lega tutt’altro che ostili, sponsor munifici, ma senza allenatore, senza modulo, senza idee, senza sapere nemmeno chi scenderà sul terreno. Si sa soltanto che, pur non impressionando per talento né per valore di mercato, questi sono bravissimi a litigare per decidere chi debba fare il titolare e chi la riserva. Intanto la partita vera (quella che non si svolge nel campetto sotto casa, dove bastano giornali e trasmissioni televisive compiacenti, scioperi e cortei senza costrutto e l’eterna invocazione «la Presidente riferisca in Parlamento») continua altrove: nei rapporti di forza, nei tavoli planetari a cui non si accede con la propaganducola ma con peso, rete, riconoscibilità e una certa stima personale, merce rara in politica e rarissima tra i sedicenti progressisti nostrani. Si può anche non idolatrare Meloni, non dipingerla come la punta salvatrice della patria, non mettersi la sua figurina nel portafoglio. Ma sostenere che, al posto di Giorgia, sarebbe preferibile spedire in Europa e nel mondo la formazione raffazzonata del centrosinistra significa non tifare Italia e non avere la minima idea di come si giochi. Né di come si governi.
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