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Schlein e De Luca, una pace anti-Conte. La stagione dei cacicchi continua

Aldo Rosati

La guerra dei Roses, ma al contrario. Era iniziata nel peggiore dei modi: lei, appena arrivata sul soglio del Nazareno, mise subito le cose in chiaro: «Con me finisce la stagione dei capibastone». Lui, che la aspettava al varco, passò ai «complimenti»: «È demenziale, una nullità politica». È andata avanti così per quasi due anni: insulti e contumelie a volontà, una tragedia per Maurizio Crozza, ogni giorno superato dalla realtà.

La lite all’ombra del Vesuvio a un certo punto era diventata quasi un genere letterario: Elly e la delucheide, una saga. Come quando lei disse in via definitiva: «Con il governatore in ogni caso abbiamo chiuso», e lui poche ore dopo rispose su una tv locale brandendo un corno rosso.

  

 

Più si avvicina la resa dei conti finale, più le dichiarazioni della segretaria diventano sfumate. Insomma dai cazzotti ai buffetti. Un dubbio infatti inizia a serpeggiare a Roma: «I suoi voti ci servono». Poi, proprio in vista delle elezioni regionali, il filtro d’amore modello Harry Potter inizia a fare effetto. Fino all’apoteosi finale: ieri a Salerno. Serve un passo indietro. Lo Sceriffo, praticamente dal giorno precedente all’insediamento di Roberto Fico in Campania, inizia a lavorare al prossimo obiettivo. Il dossier ha un nome evocativo: «Torno a casa». L’Itaca di Vincenzo De Luca è la città che ha amministrato per quattro mandati, quasi vent’anni. L’ex governatore procede come una ruspa: fa dimettere anticipatamente il sindaco in carica e, di fatto, apre la campagna elettorale: «Chi mi ama mi segua». Nella Capitale, intanto, i fedelissimi di Elly Schlein continuano a ripetere: «Il Pd starà nel campo largo insieme al M5S». Ignari del nuovo miracolo: il raddoppio dei De Luca. Oltre al padre, entra in scena il figlio Piero, deputato e, grazie a un patto leonino proposto dal genitore, nuovo segretario regionale del Pd.

Una trovata che merita di essere ricordata: il governatore, per dare il via libera al suo successore in Regione, pone due condizioni, mani libere alle elezioni e la consegna al figlio dell’avamposto dem. Il disarmo unilaterale: consegnatemi il fortino. In effetti con il «deluchino» in campo, tutto diventa più semplice: porte spalancate per le ambizioni del padre. È a Salerno che De Luca junior offre la sua interpretazione migliore.

In sintesi: gli alleati pentastellati iniziano a pressarlo: «Facciamo una coalizione alternativa allo sceriffo». Lui prende tempo, nicchia, cambia discorso, parla d’altro. Una situazione surreale, da revival di «Totò, Peppino e la malafemmina». Per farla breve, le proposte dei partner cadono nel vuoto. A Napoli l’eurodeputato dem Sandro Ruotolo, storico avversario dei De Luca, capisce l’antifona: finirà ancora una volta a tarallucci e vino. Il gran finale è ormai scritto: il Pd sosterrà la corsa a sindaco dell’ex presidente con una lista senza simbolo, insieme a Psi, Verdi e civiche. M5S e Sinistra Italiana, malinconicamente, avranno un altro candidato. Con tanti saluti al sogno di «chiudere la stagione dei capibastone».

 

Al Nazareno hanno fatto due conti, con un occhio alle probabili primarie di fine anno.

La Campania, con l’elezione dell’ex presidente della Camera, è un serbatoio di voti per Giuseppe Conte: conviene davvero alimentare una guerra che, di fatto, è già persa? Oppure è meglio firmare la resa totale e chiedere un aiutino quando servirà?

Insomma, scoppia la pace: c’eravamo tanto odiati. E continueremo, evidentemente, a farlo. Titolo di coda: lotta ai cacicchi? «Ma mi faccia il piacere».