Governo, via a una nuova fase. È un Meloni bis senza passare per il Quirinale
Le tre dimissioni dopo il voto del referendum segnano una leadership più drastica verso le elezioni del 2027
Le dimissioni di Daniela Santanchè arrivano nell’ultimo momento utile prima che la vicenda si trasformi in una crisi di leadership difficilmente rimediabile per Giorgia Meloni: va detto con chiarezza.
E siccome esse si sommano a quelle del sottosegretario Del Mastro e del Capo di Gabinetto di via Arenula, rendono evidente il fatto politico più importante, cioè l’oggettiva condizione di difficoltà che la coalizione di destra-centro conosce per la prima volta dal 2022 a oggi.
Andiamo con ordine però, perché i fatti contano spesso più delle parole.
E cosa dicono i fatti? Dicono che l’uscita di scena del Ministro del Turismo arriva dopo almeno tre passaggi andati a vuoto. Il primo: la richiesta di dimissioni presentata per le vie brevi, senza evidenza pubblica (verosimilmente all’inizio della giornata di martedì). Il secondo: l’esplicita volontà del premier inserita nel comunicato stampa di martedì sera, cui segue un eloquente silenzio da parte della diretta interessata. Il terzo: il trascorrere delle ore della giornata di ieri senza dimissioni sino al tramonto, esplicito segnale politico di chi sa di doversi adeguare ma non intende farlo sino all’ultimo momento utile.
Insomma, solo dopo questa sequenza e con una lunga lettera (rispettosa nella forma ma tutt’altro che conciliante nella sostanza) la Ministra si dimette, sapendo peraltro benissimo che arrivare alla giornata di oggi senza farlo avrebbe aperto una falla politica oggettivamente clamorosa e di indubbio vantaggio per le opposizioni.
Ora, se a tutto ciò aggiungiamo la nota del Presidente del Senato Ignazio la Russa nonché il comunicato stampa ufficiale della Lega, ecco che ne esce il quadro sostanzialmente definitivo: tutti accettano le dimissioni di Santanchè per un solo motivo, cioè perché lo chiede Giorgia Meloni.
Ci deve sorprendere tutto ciò? No, se stiamo alla "dottrina". Essa, infatti, dice esplicitamente quanto abbiamo visto succedere proprio in queste ore, perché l’esercizio della leadership è intrinsecamente solitario (e non potrebbe essere diversamente). Un po’ di più se guardiamo alla storia politica recente della coalizione di governo, che al netto di tensioni varie (e fisiologiche) ha sempre agito in discreta unità d’intenti a carattere condiviso.
Veniamo adesso al punto centrale del ragionamento che discende come conseguenza precisa da quanto accaduto nelle ultime ore.
È di una semplicità disarmante: dopo il referendum (ed in forza del risultato uscito dalle urne) succede qualcosa di ormai noto a tutti, cioè che la campagna elettorale per le prossime politiche è in piano svolgimento, del tutto indipendentemente da quando si apriranno i seggi. E siccome Giorgia Meloni è di gran lunga la risorsa più solida dell’intera compagine, ecco che le drastiche decisioni delle ultime ore mettono a nudo qualcosa che prima o poi doveva emergere: dovrà essere lei a intestarsi la battaglia, perché lei è a Palazzo Chigi e ci vuole tornare, perché lei guida il partito di gran lunga più importante, perché lei è la figura che nei fatti ha raccolto il testimone da Silvio Berlusconi (pur nella distanza siderale tra i due personaggi).
Insomma, le tre dimissioni il giorno dopo il voto sul referendum costituzionale ci consegnano una Meloni in parte nuova, spinta ad una interpretazione assai più drastica della sua leadership per effetto della battuta d’arresto nelle urne.
Andiamo dunque alla conclusione, perché quello di ieri (con le dimissioni date da un Ministro che non ha nessuna voglia di dimettersi e che ce lo fa sapere in tutti i modi possibili e immaginabili, quindi una condizione totalmente diversa da quella di Gennaro Sangiuliano) è un punto di non ritorno per la stagione di governo del destra-centro così come lo conosciamo dal 2022 a oggi.
E poiché indietro non si torna, ecco che le prossime mosse del governo e l’impostazione complessiva della campagna elettorale non potranno che vedere Meloni al centro più di prima.
È un Meloni bis senza passare dal Quirinale.
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