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Meloni ottiene anche il passo indietro di Santanchè. Ora la regola è: "Chi sbaglia paga"

Spunta il nome di Kelany al posto di Delmastro. Caramanna e Nembrini in pole al Turismo. Focus del governo su tasse e sicurezza. È già scattata la lunga marcia verso le Politiche del 2027

Edoardo Romagnoli
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Ora la ripartenza è ufficiale. Giorgia Meloni viene informata delle dimissioni della Santanchè mentre è ancora sul volo di ritorno da Algeri dopo il bilaterale col presidente Tebboune. La premier aveva tentato in tutti i modi di incassare le dimissioni di Delmastro, Bartoletti e Santanché il giorno prima della partenza, ma se i primi due hanno resistito giusto il tempo di un pomeriggio la «pitonessa» aveva tentato di resistere. Meloni le aveva provate tutte, si era rivolta anche a La Russa perché facesse da intermediario alla luce dell’antica amicizia con Santanchè. Aveva fatto recapitare al ministero in via di Villa Ada un messaggio che lasciava poco spazio alle interpretazioni: «O lascia lei o sarò costretta a chiederle pubblicamente di lasciare». Cosa che poi è puntualmente avvenuta con la nota di Palazzo Chigi in cui, nero su bianco, «auspicava» che Santanchè seguisse l’esempio del sottosegretario e della capo di gabinetto di Nordio. Ieri è arrivata la lettera della ministra che con un laconico «obbedisco» comunica le dimissioni.

Le opposizioni avevano annunciato la mozione di sfiducia per lunedì e in FdI c’era chi già parlava di «accodarsi» al voto contro la ministra, una prospettiva che Meloni non poteva accettare. Però adesso il motto è chiaro: «Non vi copro più, ora chi sbaglia paga».

L’obiettivo è uno: rivincere, ma per farlo il centrodestra deve arrivare al 2027 senza altri inciampi di percorso. La maggioranza non poteva permettersi lo stillicidio quotidiano fra articoli sulla vicenda di Delmastro e continue richieste di dimissioni da parte delle opposizioni. Non solo, dopo la sconfitta referendaria, il centrodestra non poteva rischiare di apparire indulgente verso chi era incappato in guai giudiziari, giusto per usare un eufemismo. Quindi vada alle ortiche il garantismo, ci sono delle elezioni da vincere.

Il punto però rimane: la premier sperava di arrivare all’appuntamento delle politiche con almeno una riforma portata a termine, ma saltata quella della giustizia e con il premierato al palo, rimane solo quella su Roma Capitale su cui però le opposizioni hanno già annunciato di voler fare muro.

Quindi il rischio di ripresentarsi agli elettori senza aver incassato nessuna riforma costituzionale si fa concreto.

Ora ci sono due tappe fondamentali. La prima: trovare i sostituti adatti per i dimissionari. In pole per prendere il posto di Delmastro ci sarebbe Sara Kelany, deputata e responsabile immigrazione di FdI.

Mentre per il ministero del Turismo trapelano i nomi di Gianluca Caramanna, deputato meloniano con una lunga esperienza nel settore turistico, ed Elena Nembrini, attuale direttore generale dell’Enit.

Una volta riempite le caselle ci sono due priorità: capire come conquistare almeno in parte l’elettorato più giovane (18-34 anni) che ha votato in massa per il No, conservare il proprio elettorato e puntare forte su riduzione delle tasse e sicurezza. C’è poi la questione classe dirigente. Marina Berlusconi vuole «svecchiare» Forza Italia, Gasparri sarebbe già nel mirino. Meloni non ha il problema di svecchiare, ma di svegliare delle truppe assopite nel posto del passeggero rassicurati dal fatto che tanto alla guida c’è lei. Ora non basta più.

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