Il campo largo festeggia ma la vittoria del No non "vale" alle politiche
Piccole manifestazioni di piazza, festeggiamenti, richiami agli avvisi di sfratto per il governo, euforia, evocazioni della «strada in discesa» per la sinistra, primarie sì, primarie no. Il cosiddetto campo largo ha salutato con una certa euforia il voto referendario sulla giustizia, che ha visto trionfare il No. Comprensibile, visto l’esito. Epperò fin quando non si trasforma nel miraggio: non si è messa in moto nessuna invincibile macchinina da guerra. La strada è ancora lunga, e ciò non esime di certo il centrodestra dal registrare il proprio ritmo e la propria tabella di marcia, ma nel contempo quanto accaduto non costituisce, per la sinistra, la pesca del biglietto buono per Palazzo Chigi. Lo spiegano alcune analisi del voto. Partiamo dal risultato: 53,2% di No e 46,8% di Sì. La fondazione di ricerca Istituto Cattaneo spiega che questo esito non è leggibile come un preludio delle elezioni politiche. «È dubbio che si possa interpretare il risultato come un predittore del voto in occasione di future elezioni politiche. In ogni caso, se questo fosse vero, se cioè il No al referendum fosse un buon indicatore del consenso verso la linea politica delle opposizioni e il Sì un indicatore del consenso verso la linea politica del governo» le elezioni per il Parlamento «porterebbero con larga probabilità alla coalizione vincente una maggioranza parlamentare piuttosto risicata, se non solo a una maggioranza relativa dei seggi». La poca attendibilità nel leggere il voto come un prequel del 2027 viene spiegata anche dal cosiddetto «voto divergente», cioè quanti hanno espresso il sì o il no contravvenendo alle indicazioni del partito in favore del quale si esprimono abitualmente. Una quota che ha visto maggiore peso al Sud, dove una forbice tra il 10 e il 30% degli elettori del centrodestra ha optato per il No. Poi c’è un’altra questione, e cioè l’astensionismo nei propri elettorati di riferimento. Le forze di centrodestra hanno avuto una quota di propri elettori non partecipanti al voto pari al 12-15% rispetto alle politiche del 2022. Di solito, la chiamata alle urne per un referendum vede una quota di partecipazione sempre inferiore rispetto alle politiche immediatamente precedenti. Questo tasso di «defezione dal voto» che riguarda il centrodestra, spiega l’Istituto Cattaneo, «non può essere interpretato con certezza come il riflesso di una scelta politicamente motivata. Un astensionismo aggiuntivo di questa entità, in occasione dei referendum rispetto alle elezioni politiche precedenti, è abbastanza fisiologico. Ad esempio il tasso di partecipazione al combattutissimo referendum istituzionale del 2016 fu, nel complesso, di 10 punti percentuali inferiore a quello registrato nelle elezioni politiche di tre anni prima». Il tema, semmai, è opposto: «È straordinario non tanto il tasso di astensione tra gli elettori di centrodestra quanto il tasso di partecipazione tra gli elettori dei partiti di opposizione. Assumendo che il maggiore astensionismo tra gli elettori di Centrodestra non sia politicamente motivato, possiamo dire che se il tasso di partecipazione al voto referendario dell'elettorato di centrodestra fosse stato pari al tasso di partecipazione dell’elettorato di centrosinistra, il Sì avrebbe potuto contare su circa 4 punti percentuali in più».
Poi c’è un’altra simulazione, che stavolta dipinge una situazione migliore per il centrosinistra, ed è quella di Yoodata: qualora si traslasse il voto referendario nel quadro politico, «l’area progressista risulterebbe al 46%, leggermente avanti rispetto al 44% dell’area di centrodestra, con il centro (Italia Viva e Azione) al 6% e le altre forze al 4%». E però, come visto, essendo gli elettorati dei due blocchi referendari molto spuri, è difficile realizzare questo parallelismo.
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