oggi al voto
Meloni contro la palude. Un grumo di vecchi poteri spera di impantanare l’Italia
Dovreste vederli gli animaloni di palude, la fauna anfibia che popola il chilometro quadrato che circonda - per capirci - Piazza Montecitorio. Mi riferisco a capi di gabinetto (inclusi alcuni dell’attuale governo...), funzionari immarcescibili, vecchie e nuove leve del deep state italiano. Dovreste guardarli ai tavolini di un caffè o nei corridoi dei palazzi: da settimane ridacchiano, si scambiano sguardi complici, si danno di gomito, pregustano un’agognata (da loro) vittoria del No. E già sognano: un governo indebolito, una raffichetta di inchieste giudiziarie, i veleni di qualche dossier, insomma un calvario per l’esecutivo da martedì prossimo fino alla primavera del 2027. Direte voi: e certo, sono tutti o quasi di sinistra e sperano in un governo “amico”. E invece no: quello, lo sanno pure loro, è un obiettivo troppo difficile da centrare. L’anno prossimo è più alla portata - si dicono - un risultato elettorale confuso, senza un chiaro vincitore. Ecco, quello è il loro esito ideale: un pareggio, un inizio di legislatura bloccato, gli elettori rimessi a posto (cioè anestetizzati), e un governo tecno-qualche cosa, dí garanzia (non si sa per chi), di responsabilità (verso nessuno).
Di tutta evidenza, Giorgia Meloni rappresenta (oggi e domani) l’unico ostacolo, o almeno il più consistente, rispetto alla realizzazione di questo ritorno alla palude. Perciò la detestano: magistrati associati, ciambellani delle alte burocrazie, anguilloni di un potere eterno e sfuggente. E per molti versi è miracoloso non solo che Giorgia e i suoi alleati abbiano vinto nel ‘22, ma che siano ancora lì, e con livelli tutto sommato elevati di consenso. Il consenso, appunto. Era già successo a Silvio Berlusconi di avere una sola tutela, un solo bene, un solo asset: e cioè il sostegno di una maggioranza di elettori. Il resto era ed è tutto selvaggiamente contro: giornali, tv (perfino molti programmi dei suoi canali), sindacati, ovviamente toghe. Questa stessa “coalition” di umori e di poteri si è oggi raggrumata contro Giorgia.
Per capirlo basta accendere la tv, come qui scriviamo da mesi: tranne eccezioni più rare di un quadrifoglio, ovunque regna il “tre contro uno”, e l’uso di qualsiasi tema (da Donald Trump a quello che capita) per allestire chiassate contro il governo. Governo che - diciamocelo - ha avuto alcuni torti. Ha sottovalutato questa emergenza televisiva; forse si è illuso che fosse possibile non combattere sul referendum una battaglia all’ultimo sangue; e si è ritrovato in squadra qualche kamikaze palesemente non consapevole della rilevanza della posta in gioco, come testimoniano le gaffes e gli infortuni che hanno accompagnato queste ultime settimane. Comunque vada, sono nodi che andranno affrontati. Ma intanto occorre votare, e il mio caldo consiglio è di votare Sì e di tentare di convincere gli amici incerti fino all’ultimo istante utile. Per vincere basta poco, e con una buona partecipazione il risultato può essere centrato. E però occorre saperlo: in entrambi i casi (vittoria del Sì oppure del No), la palude è e sarà sempre più insidiosa. Prepariamoci bene.