Napoli, addio a Cirino Pomicino, protagonista della Prima Repubblica
Paolo Cirino Pomicino, morto all'età di 86 anni, era uno degli ultimi testimoni del potere della Democrazia Cristiana. Una Dc sempre rimpianta, ma mai compianta. 'O ministro' degli anni d'oro della Prima Repubblica, l'andreottiano che balla scatenato alle feste del 'Divo' del regista Paolo Sorrentino, lascia in eredità quel modo di fare e intendere la politica, che appartiene ormai al passato, fatta di proporzionale vero, deputati e senatori legati ai collegi, partiti che elaborano strategie di lungo periodo, ma anche di accordi sottobanco, lotte correntizie, estenuanti trattative, furbizia dorotea e lapidario sarcasmo, molto partenopeo. Amante della vita e superstizioso come ogni napoletano doc, quinto di sette figli, famiglia benestante, Pomiciino nasce a Napoli il 3 settembre del 1939. ''Siamo vissuti in una famiglia di sei maschi, che tifavano per sei squadre diverse e si identificavano in sei partiti diversi, ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le diversità intaccassero il profondo rapporto fraterno", diceva Cirino dei fratelli, tifoso milanista sin da ragazzino (una bestemmia per uno nato sotto il Vesuvio) con il pallino della medicina e la passione della politica nel sangue. Nella sua prima esistenza, durata 34 anni, Pomicino diventa un medico esperto, specializzato in malattie nervose e mentali, all'ospedale Cardarelli. Nel 1974, l'incontro che gli cambiò la vita, quello con Giulio Andreotti, che lo rese 'viceré di Napoli' e politico navigato, facendo eleggere in Parlamento Antonio Gava e Ciriaco De Mita e Pomicino fu l'avversario di entrambi e capo della corrente andreottiana. Due volte ministro (con i governi De Mita e Andreotti), sette volte deputato: cinque volte tra il 1976 e il 1992, poi di nuovo eletto nella Seconda Repubblica.
Divenne noto come presidente della Commissione Bilancio della Camera, perché non negava un obolo a nessuno: li chiamò "vol-au-vent", omaggio al principio che "il governo è di tutti" e in questo fu un precursore. Si sapeva muovere, conosceva tutti. Si trasformò in referente dei poteri forti raggiungendo l'apice del successo. Poi arrivò Tangentopoli e con l'operazione Mani Pulite cadde in disgrazia. Subì 42 processi. Ne uscì con 40 assoluzioni e 2 condanne. La prima a 1 anno e 8 mesi per la cosiddetta tangente Enimont di 5 miliardi girata alla Dc; l'altra a 2 mesi, per fondi neri Eni. A Poggioreale, si fece solo 17 giorni. Poi, per il suo cuore malato (ha avuto vari by pass) fu messo ai domiciliari. ''Le tangenti? La corruzione? Sono stati il prezzo pagato per la stabilizzazione del Paese'', si giustificò. Passata la buriana, Pomicino iniziò a vivere una seconda vita, salendo sul carro di Silvio Berlusconi dopo una breve fase con Clemente Mastella. Con lo pseudonimo 'Geronimo' scrisse con successo sul 'Giornale' e 'Libero'. Riabilitato, nel 2004 era approdato al Parlamento europeo ma aveva come preferita Roma. Nel 2006 la svolta: riuscì a entrare per la sesta volta alla Camera con il centrodestra (la Dc dell'amico Gianfranco Rotondi) per poi trasmigrare al centro. Nel 2008 non fu ricandidato e due anni dopo dopo aderì all'Udc divenendone dirigente. Dal 2008 al 2011 ebbe anche un incarico a Palazzo Chigi al fianco di Silvio Berlusconi come presidente del Comitato tecnico-scientifico per il controllo strategico nelle amministrazioni dello Stato. Infine è stato presiedente della Tangenziale spa di Napoli, società del Gruppo Autostrade. Protagonista della Prima e della Seconda Repubblica, ha fatto il commentatore e il fustigatore della Terza. Di lui si raccontano vari aneddoti. A cavallo tra gli Anni '80 e '90, quando era ministro del Bilancio di Andreotti e l'emergente democristiano per antonomasia, viveva, raccontano, sull'Appia Antica, in una villa da 5 milioni e mezzo di lire di affitto al mese.
Per le nozze della figlia, organizzò una maxi festa per 500 persone, invitando tra gli altri l'ex Capo dello Stato, Francesco Cossiga, quello in carica Oscar Luigi Scalfaro, il futuro, Carlo Azeglio Ciampi. Il banchetto gli valse il soprannome di 'Ciro di Babilonia'. Esperto anche di elezioni al Colle, nel 1992 impallinò l'ascesa di Arnaldo Forlani, come raccontato dal regista Paolo Sorrentino sempre nel film 'Il Divo'. Famoso anche l'incontro riservato con Carlo De Benedetti nel 1991, quando l'Ingegnere venne dall'allora potentissimo ministro del Bilancio andreottiano e gli disse: ''Vuole essere il mio ministro?''. De Benedetti, rivelò Pomicino, ''venne a spiegarmi il disegno politico al quale stava lavorando'', insieme a Giovanni Agnelli. Ovvero, un nuovo governo'' in un sistema politico diverso da quello vigente. Risposi scherzosamente dicendo che, a nostra volta, io e Andreotti stavamo pensando a un grande disegno industriale e lui come nostro imprenditore. Fu il primo segnale dello scontro tra finanza e politica". Pomicino ha dovuto sempre lottare contro un cuore matto. Era sopravvissuto a tre infarti. A 45 anni, gli furono inseriti quattro bypass. A 57, altri due. Finché, nel 2007, gli è stato trapiantato un cuore nuovo. Così raccontò sul suo blog (paolocirinopomicino.it) l'odissea medica: ''Sono stato operato nel 1985 a Houston (Usa) di quadruplice bypass cardiaco, rioperato a Londra nel 1997 di duplice bypass, ho avuto il trapianto cardiaco il 9 aprile 2007 al San Matteo di Pavia, operato dal Prof. Mario Viganò". "Mi hanno portato in un barattolo il mio vecchio cuore, l'ho fotografato e gli ho detto addio", ha commentato dopo il trapianto. E ancora una battuta: ''Gli altri si fanno il lifting, io mi cambio gli organi". E proprio durante una di queste degenze, andò a trovarlo Antonio Di Pietro, convinto che 'o ministro' stesse per morire. Il pm si confidò con lui: ''Ma lo sai che ho sempre votato Dc?". Tempo dopo, narrando l'episodio, disse: "Di Pietro si confidò, sicuro che non avrei potuto raccontarlo". Non solo la politica, nel cuore, come recita il titolo di un suo libro. Anche Lucia Marotta, la donna che nel 2014 l'ex diccì ha deciso di sposare civilmente (in seconde nozze) dopo oltre dieci anni di fidanzamento con una cerimonia in Campidoglio, officiata dall'allora primo cittadino di Roma, Ignazio Marino. I testimoni dello sposo furono l'ex ministro socialista Gianni De Michelis e il chirurgo Mario Viganò, mentre per la sposa l'imprenditrice Luisa Todini. Lui 74enne, lei, di cinque lustri più giovane, si sarebbero conosciuti tramite la figlia di primo letto di Pomicino, che era sua amica. "Quante vite ho? Diverse", amava dire sornione 'O ministro' per poi aggiungere:''Anche perché sono nato il 3 settembre 1939, alle 7 del mattino. Alle 11 la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto".
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