Bossi, il governatore Fontana: "Un rivoluzionario moderato"
«Non solo siamo di fronte all’uomo che ha saputo dare voce al Nord, ma di chi ha, nei fatti, inventato, un nuovo modo di fare politica». Così Attilio Fontana ricorda Umberto Bossi, il fondatore della Lega.
Perché ritiene il “Senatur” un maestro per chiunque si avvicini all’arte di governare?
«Ci ha insegnato ad ascoltare la gente, i territori, quelle istanze che provengono dal basso e che hanno difficoltà ad arrivare nel palazzo. Ci ha sempre detto che il nostro compito è essere concreti, trovare una soluzione ai problemi. È questo lo spirito che ha contraddistinto un certo modo di impegnarsi per la cosa pubblica».
Ha un ricordo particolare che vuole condividere?
«Non dimenticherò mai le nostre cene. Quando si era con lui si perdeva la cognizione del tempo. Verso le undici e mezzo, quando sembrava che la serata si fosse conclusa, diceva fermiamoci per un punto che, poi, durava diverse ore. Mi ricordo una sera che lasciammo una pizzeria verso mezzanotte. Mi disse aspetta cinque minuti. Ci lasciammo all’alba. È stata una delle più belle chiacchierate della mia vita. Parliamo di chi davvero sentiva l’esigenza di confrontarsi. Così, diceva, "si costruisce il futuro"».
Il suo essere “rivoluzionario”, però, è diverso da quello del Vannacci di turno. Quando voleva Bossi sapeva fare anche il moderato. Il suo ruolo nel centrodestra vale più di mille parole…
«Bossi era sempre pronto a lanciare la provocazione, ma rispettando i canoni della legalità, del rispetto. Mi piace l’espressione “rivoluzionario moderato”. La sua priorità era portare a casa il risultato».
Cosa ne pensava dell’attuale esecutivo?
«Il suo unico pensiero era la Lega, la sua creatura. L’amore indiscusso: il Nord».
È rimasto contento quando ha saputo delle Olimpiadi Milano-Cortina?
«Moltissimo. Lo sentii dieci giorni prima dei Giochi e mi disse: “Adesso datti da fare, poi vieni da me e ne parliamo”. Ogni volta che si realizzava qualcosa per il territorio, per lui era una festa. Non dimentico, ad esempio, quando gli dicemmo dei mondiali di ciclismo a Varese. Ci disse: “Avete fatto una grande cosa”».
All’ultimo referendum, cosa avrebbe votato?
«Non è difficile intuirlo. È sempre stato molto garantista».
Ritornando al Carroccio, che idea aveva del partito odierno?
«Amava quello delle origini, la sua Pontida. Voleva che tutti insieme andassimo in quella direzione. Voleva che la questione del Nord fosse affrontata e risolta».
Quale è stato il rapporto con Salvini?
«Quello di un padre col figlio. Ci poteva essere una discussione, ma nel giro di poche ore si risolveva tutto. Alla fine ha sempre prevalso la nostra grande famiglia».
Il cavallo di battaglia del suo leader è stato certamente l’Autonomia. Questa sfida è stata vinta?
«Bossi ci ha lasciato una grande eredità. Abbiamo fatto certamente passi importanti, ma siamo solo all’inizio».
Come è accaduto per Berlusconi avete pensato di dedicare al vostro segretario una strada, una piazza o una qualsiasi intitolazione possa rendergli “omaggio”?
«Ci penseremo subito. La Lombardia deve tanto a Bossi. Insieme a Berlusconi, ha cambiato questa regione. Anzi, ritengo bello ricordarli insieme».
Sarà, dunque, difficile terminare quanto da loro iniziato?
«Cercheremo, seppure con i nostri limiti, di dare il massimo. Non sarà, però, certamente semplice. Stiamo discutendo di chi ha scritto una pagina di storia del nostro Paese».
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