PANICO AL NAZARENO

Pd, il trucco di Schlein per salvarsi dalle grinfie di Conte e riformisti. Idea primarie a doppio turno

Aldo Rosati

Piano salvagente, uno scudo per Elly Schlein. Il sottotitolo spiega la missione: come far vincere la segretaria del Pd senza dare (troppo)nell’occhio. E soprattutto senza farsi travolgere dalle acque limacciose del campo largo. In che modo? Basta recuperare dalla soffitta il laccio anti Renzi che fu provato a Firenze un’era geologica fa: nel 2009. Da almeno 48 ore è questo il senso dello scottante dossier che al Nazareno gira di mano in mano, finendo immancabilmente sulla scrivania di Igor Taruffi, l’immaginifico responsabile dell’organizzazione. L’uffi sopravvissuto è un po’ il San Pietro della segretaria dem, l’uomo che ha in tasca le chiavi della sua prossima avventura, la preziosissima zattera per scampare il naufragio. Il panico ha una data di inizio, quando la maggioranza ha depositato alle Camere lo schema base della nuova legge elettorale, destinata a sostituire il «Paregellum», noto ai più come Rosatellum. Un dettaglio, però, ha subito acceso le antenne degli sherpa del campo largo: l’indicazione del leader della coalizione nel programma ufficiale. Non sulla scheda elettorale, ma nero su bianco nel patto tra i partiti. Un nome che non si vota direttamente, ma che orienta, segnala, suggerisce. Una firma che in comunicazione può valere più di un simbolo.

 

  

 

Tutto a posto per il centrodestra: c’è Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, sarà lei la candidata della maggioranza. Ma chi è il leader del campo largo? Per l’appunto, nessuno lo sa: ora bisognerà chiederlo ai militanti del composito caravanserraglio. Per un certo tempo, l’inquilina del Nazareno ha coltivato il sogno di una decisione d’imperio: «Sono a capo del partito più forte della coalizione». L’illusione è passata in fretta: è bastato capire cosa avesse in testa Giuseppe Conte, il quasi amico che studia da mesi la soluzione per farla cadere da cavallo. Ora, con la nuova legge elettorale, subentra una certezza: si deve ricorrere ai gazebo. Con un’avvertenza che da mesi tutti i sondaggi sottolineano: sulla scelta del candidato/a presidente il Pd non è un monolite, il M5S sì. Traduzione concreta: l’elettorato dem potrebbe preferire un altro nome, a partire da quello cool, Silvia Salis, la rampante sindaca di Genova, o quello dello stesso expresidente del Consiglio, che peraltro dentro il Pd ha quinte colonne affettuosissime (Goffredo Bettini, Roberto Speranza, Dario Franceschini). Quello che impietosamente tutte le rilevazioni indicano: nel campo largo è più forte l’avvocato, staccata di diversi punti la segretaria.

 

 

È così che gli sherpa hanno trovato un vecchio faldone che fa al caso loro: riguarda le primarie che furono organizzate nel febbraio del 2009 per la scelta del candidato sindaco della sinistra a Firenze. In pratica, quelle che determinarono la poderosa emersione sulla scena nazionale di un giovanissimo presidente di Provincia: Matteo Renzi. Il prescelto della Casa Madre, però, non era lui; così la trappola inventata per fermarlo fu il doppio turno. Al primo turno, una pletora di aspiranti; al secondo, solo i due più votati. Un modello che torna a essere fondamentale diciassette anni dopo, per non disperdere voti dem alla finalissima. E per rendere determinante il sostegno alla numero uno da parte della Cgil di Maurizio Landini. All’epoca il trucco non scattò: l’ex rottamatore superò il 40% per una manciata di voti e da lì partì la sua scalata per Palazzo Chigi. La morale? Meglio non avere certezze: non dire gatto se non ce l’hai nel sacco. Soprattutto se il felino in questione si chiamasse Conte.