Giustizia: sorteggio No, ribaltone Sì. Il pamphlet di Davigo &Co. rimbalza nelle chat
Sorteggio no, «ribaltone» si. Pare essere questo il sentiment togato leggendo il pamphlet dal titolo "Referendum sulla riforma costituzionale della magistratura: numeri, fatti e comparazioni per decidere in modo consapevole", scritto dal pm Marco Bisogni, attuale consigliere del Csm. Il documento, che rimbalza di chat in chat, stronca - ovviamente - la riforma voluta dal governo per la quale gli italiani saranno chiamati ad esprimersi il prossimo 22 e 23 marzo. Dopo aver affrontato il tema della separazione delle carriere fra pm e giudici, Bisogni si dedica al tema incandescente del sorteggio dei futuri componenti togati del Csm che il governo ha pensato in ottica «anti correnti». Per il togato, il sorteggio sarebbe «incompatibile» perché il magistrato eletto al Csm deve essere percepito come «rappresentativo» dell’intero corpo giudiziario. Di contro, il sorteggiato non sarebbe «responsabile» verso coloro che lo hanno votato, una sorta di scheggia impazzita.
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Vale la pena allora ricordare al dottor Bisogni, e ai suoi lettori, cosa accadde nella scorsa consiliatura del Csm, proprio riguardo la tanto invocata «rappresentanza». Esploso lo scandalo dell’Hotel Champagne, immediatamente scattarono le dimissioni «spontanee» dei consiglieri del Csm coinvolti nella riunione notturna organizzata da Luca Palamara, ex presidente dell’Anm, dove si discuteva di alcune nomine, fra cui quella del procuratore di Roma. Il sistema elettorale del Csm prevede che al consigliere dimissionario subentri il primo dei non eletti nella rispettiva categoria (pm, giudici di merito, giudici di legittimità), a prescindere dall’appartenenza associativa. Un meccanismo formalmente lineare. Ma che è l’esatto contrario della «rappresentanza», perché consente, in caso di dimissioni a catena, che l’equilibrio uscito dalle urne venga radicalmente modificato senza che gli elettori tornino a votare. Per ironia della sorte chi beneficiò di questo «ribaltone»? Autonomia&Indipendenza, la corrente fondata da Piercamillo Davigo, l’ex pm di Mani pulite, simbolo del rigore ed ora editorialista di punta di Marco Travaglio (che non si è fatto condizionare, in un rigurgito di garantismo ex post, dalla sua condanna definitiva per il reato di rivelazione del segreto).
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Sonoramente sconfitta alle elezioni del 2018, Autonomia&Indipendenza si ritrovò – per effetto dei subentri – a quasi triplicare la propria presenza consiliare, passando da due a ben cinque consiglieri. Da forza minoritaria ed irrilevante a protagonista centrale degli equilibri interni di Palazzo Bachelet. Alla faccia quindi della rappresentanza. Disse bene Antonio Leone, già componente del Csm: «In quella consiliatura è successo di tutto: sei togati si sono dimessi ed è stato stravolto il voto dei magistrati con il cambio della maggioranza in favore dei gruppi associativi che avevano perso le elezioni». Sul fronte associativo, la critica fu altrettanto netta. Paola D’Ovidio, all’epoca segretaria generale di Magistratura indipendente, il gruppo di cui facevano parte la maggior parte dei consiglieri costretti alle dimissioni, parlò apertamente in una intervista al Dubbio di come si stava marginalizzando la sua corrente. «Magistratura indipendente era in crescita esponenziale di consensi ed è stata messa all’angolo con un cambio di equilibri: un manuale Cencelli diffuso ad ogni latitudine correntizia, così come il collateralismo con la politica», disse la magistrata. Il punto, dunque, non è soltanto il destino di una corrente o di un singolo consigliere. È la dinamica complessiva. Quando le dimissioni producono un effetto domino che altera profondamente l’assetto deciso dagli elettori. D’Ovidio parlò poi di «colossale trasformismo gattopardesco». Ed in questo contesto che le riflessioni di Bisogni sul sorteggio non possono essere prese seriamente. Senza elezione – ricorda Bisogni – non c’è accountability. Un consigliere sorteggiato non risponde a nessuno. E la prevedibilità delle scelte, fondamentale per una comunità professionale, verrebbe meno. Peccato che tale «prevedibilità» non valga anche in caso di «ribaltoni» davighiani.
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