Archiviare il riformismo: la Komintern di Bettini
Archiviare il riformismo. Nessuno lo dice in modo esplicito, ma è l’obiettivo della riunione tenutasi al Vinile di via Libetta. In quel di Ostiense, lo stratega Bettini raduna i principali attori del “campo largo” che lui stesso ha inventato: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoiannni.
La scusa è la presentazione del nuovo numero di “Rinascita”, ma il fine unico è archiviare quell’apertura al centro, che ha portato fallimenti e sconfitte su ogni fronte, per dar vita a una sorta di Komintern 2.0, in salsa nazionale. Soltanto così, per l’intellettuale, si può recuperare l’identità perduta e mettere in piedi una forza che possa confrontarsi, quasi alla pari, con l’imbattibile Giorgia della Garbatella. Non è, stavolta, consentito perdere tempo prezioso. Lo sanno bene quei veterani “compagni”, come l’ex Guardasigilli Andrea Orlando. Quest’ultimo, nella sua Liguria, ha subito una debacle non di poco conto per colpa di Meloni, seppure avesse a disposizione una corazzata. L’unico successo, a quelle latitudini, è riuscito a ottenerlo Silvia Salis. Come fidarsi, però, di una sindaca che ha come spin doctor l’ex portavoce di Matteo Renzi? Martellista da record, profilo di spessore e comunicazione brillante, ma nulla a che vedere la “rivoluzione”, una volta evocata a suon di falce e martello.
La Terza Internazionale, nello stivale di oggi, intanto, si fa con seggi e collegi. Ecco perché la prima donna del Nazareno, dopo il classico convegno sui caregiver, accorre dal solito e saggio predicatore col bastone. Il pentastellato Giuseppi non c’è fisicamente (dicono i ben informati, non vuole cedere subito), ma la sua presenza all’iniziativa e le sue parole sono chiare: «Stavolta non ci si può dividere». Non conviene, d’altronde, agli eredi del grillismo aprire una nuova fase democristiana. Parliamo di chi doveva aprire il palazzo come la più banale scatoletta di tonno. Diverso, invece, è invocare una moderna “rivoluzione”. «Essere progressisti – spiega in un video l’ex premier– significa non rassegnarsi allo status quo». Motivo per cui la “cosa rossa”, la classica riproposizione del “pugno chiuso”, è la ricetta per non rischiare il «mondo da incubo» prospettato da Fratoianni e dividere, senza malumori, una torta che non basta per tutti. Solo così, evidenzia Schlein, «si possono battere quelle destre che hanno vinto cavalcando le paure della gente, individuando nemici in un magistrato, un giornalista e una Ong».
Il piano, prospettato da Bettini, pertanto, è applicare un vero e proprio manuale Cencelli tra i rossi, teso a dimezzare il potere riformista e blindare ogni casella con profili “sicuri”, indicati da Roma. In tal senso, Elly già avrebbe pronto un listino di ex sardine e giovani, Giuseppi da Volturara un elenco di portavoce “fedeli” e il duo Bonelli-Fratoianni una serie di protagonisti in cortei e scioperi vari. Il nodo più complesso, invece, si chiama governo. La soluzione auspicabile, in questo caso, sono le sacrosante primarie: «È il metodo – spiega Bettini - più schietto e chiaro». Occorre, a detta dell’affidabile stratega, solo una «voglia sincera» di stare insieme che si trova nella pratica. «L’assetto liberale – spiega - se non è accompagnato da una azione democratica e progressista, è sempre esposto alla logica del più forte». Uno schema condiviso sia da Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli che ha messo ai margini l’imbattibile De Luca, sia da Roberto Gualtieri, primo cittadino romano. Arriva finanche la benedizione dell’immortale Massimo D’Alema: «Bisogna – tuona baffino - riprendere un lavoro culturale. Noi pensionati un contributo di esperienza, idee e passione possiamo darlo».
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